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Psicofarmaci o Psicoterapia?

Nonostante la mia formazione umanista io sono un uomo di scienza; molto scettico per giunta. Anche prima di convincermi dell’efficacia della psicoterapia ho voluto studiare, comparare, provare e infine giungere alla conclusione che sì, la psicoterapia è un metodo efficace per agevolare il cambiamento e per risolvere il sintomo (almeno certi tipi di sintomi). Non si tratta di nulla di magico, è il rapporto tra due persone che si va costruendo ad essere determinate. Rapporto, tecnica e capacità di lettura situazionale e relazionale sono le chiavi che portano al cambiamento in psicoterapia. Non c’è niente di strano né di regalato, ogni cambiamento è comunque una conquista dell’individuo, che deve metterci Volontà  Costanza. Questi sono gli ingredienti senza i quali è inutile anche provare a farla una terapia, e certo, non ce li può mettere il terapeuta per il cliente (il terapeuta ci mette altro, tanto altro ma non questo).

In 15 anni di pratica clinica a Prato ho aiutato molte persone ad uscire dalla morsa gelida della depressione o a scendere dalla giostra impazzita dell’ansia, ho aiutato coppie in crisi a ritrovare un percorso da portare avanti nuovamente speranzosi e ho agevolato decine e decine di cambiamenti esistenziali, sempre e comunque partendo però da una decisa volontà dell’individuo di voler cambiare e riprendere in mano le redini della propria vita. Non esiste premio senza sforzo. Non è possibile raggiungere una meta senza fatica.

Purtroppo viviamo nel tempo del “tutto e subito”, ci hanno convinti che una pasticca può bastare a farci stare meglio, che con questa o quella pillola tutto si sistemerà. La realtà è invece che nulla sistema con la chimica. Certo, forse si leniscono i sintomi ma non certo le cause. Per sistemare quelle c’è da arricciarsi le maniche e cominciare a guardare in faccia la realtà, poi impegnarsi per cambiarla (quando possibile) o accettarla (quando non si può cambiare). Ed è una faticaccia, ma è l’unica fatica che ci consente di crescere, evolvere, cambiare.

La psicoterapia, quando è efficace, serve proprio a questo, ad aiutarci a guardare il demone negli occhi, a sfidarlo e vincerlo.


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La normalità in Psicologia

La normalità è un concetto astratto, ha a che vedere con la media, con le statistiche e con la frequenza. Io ho smesso di usarla, sia come concetto che come parola, perché non ci credo. Non credo esista una “normalità” a cui riferirsi, non credo alla conformazione degli individui e delle abitudini, non credo ai paragoni. Credo che questo cambiamento nella mia epistemolgia abbia molto giovato sia a me come persona che al mio lavoro.

Pensateci bene, solo 100 anni anni fa era normale mettere della morfina nello sciroppo per la tosse dei bambini, era normale vendere la cocaina in farmacia. Solo 50 anni fa era normale che i bambini facessero le sassaiole tra di loro, che giocassero con la polvere da sparo. Se non vogliamo spostarci nel tempo, ma nello spazio, in Arabia Saudita è normale condannare a morte un omosessuale, o in Iran è normale lapidare un’adultera. La normalità è insomma un concetto fortemente condizionato dal tempo e dallo spazio, è un concetto troppo variabile per essere di qualche utilità. Non credo sia neppure una meta suadente per chicchessia. Credo quindi che non dovremmo mai riferirci alla normalità come aspirazione clinica. 

Parliamo piuttosto di benessere e di rispetto, sia per sé stessi che per gli altri. Se poi quello che facciamo o pensiamo, ci fa stare bene e non nuoce a nessuno, chi se ne importa se non ci fa apparire come “normali”?

Viviamo in un tempo pericoloso, in cui il giudizio degli altri spesso resta ad imperitura memoria nella coscienza collettiva di internet, siamo tutti alla costante mercé dell’immotivata (e spesso crudele) opinione altrui e non c’è difesa se non quella di emanciparsi dall’incubo della media e cominciare a vivere consapevoli che di “normalità” ce ne sono tante quante persone popolano questo pianeta.


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Team Building e Formazione “Non Convenzionale” in Azienda

Nel 2002 ho cominciato ad occuparmi di formazione aziendale, inizialmente sui temi della Sicurezza sui Luoghi di Lavoro (legge 81/08) e poi occupandomi con sempre maggiore interesse e piacere di tutti quegli aspetti che fanno di una Azienda un’eccellenza. Negli anni ho accumulato le più varie esperienze e con queste la convinzione che l’eccellenza viene raggiunta solo da quelle società che riescono a fare squadra, a trasformare i dipendenti in un gruppo di lavoro e a far si che tra gli impiegati si strutturino relazioni reali e profonde. Il lavoro impiega più della metà del tempo a disposizione di un essere umano e lavorare con la sensazione di essere parte di qualcosa di importante per noi è essenziale se vogliamo trasformare quel lavoro in qualcosa di più, in qualcosa che valga davvero la pena d’essere fatto.

Così ho cominciato ad occuparmi di quella formazione che non si fa in aula, non si fa con carta e penna o con le slide di un Powerpoint ma si fa sulla propria pelle, sperimentando emozioni reali e soprattutto condividendo queste emozioni con i colleghi. Quello che ne nasce è un senso nuovo di appartenenza al lavoro, una nuova e più profonda conoscenza di sé stessi e dei colleghi che diventa la premessa fondamentale per la costruzione di un gruppo più forte, coeso e produttivo.

Tutto questo, ovviamente senza tralasciare di dire che queste esperienze sono sempre maledettamente DIVERTENTI!

Questi sono i 5 corsi di maggior successo da me pensati e realizzati per le aziende di piccole e medie dimensioni, per ogni ulteriore informazione circa la realizzabilità ed i costi degli stessi non esitate a contattarmi.

COOKING CLASS: Cucinare assieme per affinare le capacità di collaborazione e coordinamento è una pratica classica dei corsi sul team building, noi possiamo declinarla in mille sfaccettature diverse, progettate sulla specificità del cliente. Dalla ormai famigerata Mistery Box, al fare la spesa con un budget limitato all’organizzazione di una caccia al tesoro degli ingredienti per finire alla raccolta degli stessi nei campi in cui si coltivano. Insomma che sia competitiva o collaborativa l’esperienza finisce sempre coi partecipanti attorno al tavolo, felici di mangiare assieme il frutto della loro fatica.

  • Partecipanti: da 4 a 20
  • Durata: da 4 a 8 ore
  • Tipo di attività: sia Collaborativa che Competitiva
  • Skills in evidenza: Leadership, Lavoro in Team, Organizzazione del Lavoro, Organizzazione del Tempo, Precisione, Condivisione, Capacità di Mantenimento del Ruolo.

 

PASTA BUILDING: Dividiamoci in due squadre per costruire un ponte, od una torre ma con spaghetti, penne e pongo! La squadra che saprà realizzare il ponte più lungo o la torre più alta e robusta vincerà la competizione. Un’attività divertente che prevede la capacità di fare squadra, di organizzazione che mette in luce le capacità direttive e di organizzazione dei singoli all’interno del gruppo

  • Partecipanti: da 4 a 20
  • Durata: da 2 a 4 ore
  • Tipo di attività: sia Collaborativa che Competitiva
  • Skills in evidenza: Leadership, Lavoro in Team, Organizzazione del Lavoro, Organizzazione del Tempo, Precisione, Problem Solving.

 

 I CINQUE SENSI: Un vero e proprio percorso sensoriale alla riscoperta dei nostri 5 sensi, il gruppo per sviluppare, divertendosi la fiducia e la reciproca conoscenza.  Assaggi di cibi da bendati, percorsi a piedi con privazione sensoriale, ascolto guidato di musica da bendati, concentrarsi sull’odore delle cose, riconoscere al tatto frutta, verdura, stoffe e altro… insomma concentrarsi su di un senso alla volta per scoprire le nostre reali capacità di attenzione.

  • Partecipanti: da 4 a 20
  • Durata: da 3 a 6 ore
  • Tipo di attività: preferibilmente Collaborativa
  • Skills in evidenza: Capacità di Affidarsi agli Altri, Introspezione, Rifflessività, Assertività, Fiducia nei Colleghi.

 

 CACCIA AL TESORO 2.0: I team saranno comandati tramite Whatsapp e cellulare, i giudici assegneranno loro di volta in volta obiettivi sempre più difficili e divertenti, in un’attività che fa del lavoro di squadra, della velocità e dello spirito di osservazione le caratteristiche necessarie per vincere.

  • Partecipanti: da 4 a 20
  • Durata: da 4 a 8 ore
  • Tipo di attività: Competitiva a Squadre
  • Skills in evidenza: Leadership, Lavoro in Team, Organizzazione del Lavoro, Organizzazione del Tempo, Precisione, Problem Solving.

 

PENSA ALLA TUA AZIENDA E PROMUOVILA!: Tutti assieme (o divisi in due team) dovrete pensare ad uno spot pubblicitario che rappresenti al meglio le caratteristiche vincenti della vostra azienda. Avrete a disposizione una fotocamera, costumi ed accessori, dovrete scrivere una sceneggiatura, darvi i ruoli e… ciak, si gira! Saremo poi noi ad occuparci del montaggio e della resa finale del lavoro che sarà proiettato in sala riunioni alla compresenza di tutti.

  • Partecipanti: da 5 a 15
  • Durata: da 3 a 6 ore
  • Tipo di attività: Preferibilmente Collaborativa
  • Skills in evidenza: Leadership, Lavoro in Team, Organizzazione del Lavoro, Organizzazione del Tempo, Precisione, Problem Solving, Riflessività.

 

 

 


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Fibromialgia e psicoterapia

Dal 2006 in collaborazione con l’Associazione Toscana Malati Reumatici (A.T.MaR.) e l’Ospedale Misericordia e Dolce di Prato, sono il responsabile dello Sportello d’ascolto e sostegno psicologico per i pazienti del reparto di reumatologia che sentono di averne bisogno. In questi 11 anni ho ascoltato ed aiutato più di 500 persone, spesso impaurite dalla diagnosi ricevuta e bisognose di un aiuto per riformulare il loro stile di vita e la loro nuova quotidianità.

Tra malati di artrite reumatoide, sclerodermia, lupus o spondiloartrite, una particolare diagnosi ha preso sempre più campo, diventando, negli ultimi tempi la prima per frequenza a chiedere un aiuto anche psicologico: la fibromialgia. Questa patologia entrata nel novero delle malattie reumatiche ha come caratteristica principale una aumentata tensione nelle fibre muscolari e conseguentemente una diffusa dolorabilità a livello dei tendini e dei muscoli.

Per comprendere che cosa comporti questa malattia a livello di sintomi fisici basta che proviate a stringere il pugno con tutta forza che avete, bene, adesso mantenete questa tensione per paio minuti, il dolore che dopo pochi secondi comincerete a sentire è solo un piccolissimo assaggio di quello che un paziente fibromialgico prova in zone ben più vaste del proprio corpo. Spesso le pazienti fibromialgiche hanno difficoltà a svolgere le banali operazioni quotidiane come lavarsi o vestirsi. A questa diffusa e invalidante dolorabilità si associa molto spesso un abbassamento del tono dell’umore, un disturbo d’ansia generalizzato o entrambe queste sofferenze psicologiche.La terapia farmacologica “classica” consta di antinfiammatori e antilorofici, spesso associati ad antidepressivi.

Nella mia esperienza clinica ho visto come una terapia basata sull’insegnamento di tecniche di rilassamento, di riformulazione dei tempi e degli spazi privati e di attivazione delle risorse residue sia a livello di coppia che individuale porta, quasi sempre, a degli ottimi risultati. 

Ovviamente con la psicoterapia non si guarisce dalla fibromialgia (ad oggi niente porta ad una remissione completa della malattia) ma con una terapia mirata e collaudata si possono di molto ridurre i sintomi più fastidiosi e contemporaneamente riformulare un progetto di vita in modo tale da renderlo più realistico e gratificante, al netto della diagnosi reumatologica.


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Attacchi di Panico

Ripropongo in questo post l’intervista radiofonica che ebbi il piacere di fare con Radio Blu qualche tempo fa, l’argomento era quello dell’ansia e, più in particolare quello degli attacchi di panico.

Abbiamo il piacere di avere in linea con noi il dottor Cristiano Pacetti psicologo, consulente tecnico d’ufficio presso il tribunale di Prato e socio dello studio di psicologia per l’individuo e la famiglia.

Salve.

Oggi parleremo degli attacchi di panico, una patologia molto diffusa. Ci può spiegare di cosa si tratta, con semplici parole?

Certo. Gli attacchi di panico sono degli episodi di breve durata (infatti la loro durata media è di circa mezz’ora) in cui l’individuo si sente improvvisamente travolgere da una spaventosa sensazione di terrore, spesso legata all’urgenza di fuggire di fronte a particolari situazioni, dalle quali però sa di non potersi immediatamente allontanare. La sintomatologia è soprattutto organica ed assomiglia a quanto si può provare nelle prime fasi di un infarto, tanto che talvolta al presentarsi del primo attacco la persona chiede di essere portata all’ospedale.

E in quel caso che succede?

Niente. Accertato subito che non si tratta di un infarto o di altre patologie di natura medica, e riconosciuto il malessere come un disturbo a carattere psicosomatico, la persona viene rimandata a casa, solitamente con l’indicazione di stare tranquilla. Naturale però che tranquilla la persona non ci starà perché l’esperienza che ha vissuto la farà stare nella costante apprensione che possa ripresentarsi un altro attacco di panico. Perché i sintomi vissuti sono realmente terrorizzanti.

Quali sono questi sintomi?

La sintomatologia è molto varia e comprende: palpitazioni, sudorazione, tremori, dolore al petto, nausea, sensazione di sbandamento, svenimento, de realizzazione e cioè un senso di irrealtà, che non fa che aumentare il panico, de-personalizzazione, ovvero la sensazione di essere staccati da se stessi, quasi come se ci si stesse guardando dall’esterno. Sono quasi sempre presenti la Paura di morire o di stare impazzendo. Naturalmente non è detto che si presentino tutti assieme questi sintomi, ma ne bastano quattro di questi per poter parlare di attacco di panico.

Sembra un disturbo molto serio.

E per certi versi lo è. Una delle difficoltà maggiori che la persona che soffre di attacchi di panico ricorrenti ha è proprio quella di convincere gli altri della sua reale difficoltà. Spesso infatti quelli che ha d’introno tendono a minimizzare l’accaduto dicendo che se dalle analisi non risultano componenti organiche allora non c’è motivo per stare così male. Facendo intendere che, insomma, se sta così, la colpa è anche un po’ sua.

Ed è così?

No che non è così.

Ma se ne può uscire e se sì, come?

Certo che se può uscire. Gli attacchi di panico per quanto devastanti e frequenti sono comunque la manifestazione di un’ansia che pervade la persona. Questa ansia la si può combattere o con degli psicofarmaci (gli ansiolitici esistono per questo), che però sono dei sintomatici, agiscono cioè sulle manifestazioni del disturbo e non sulle cause. Oppure la si può affrontare con coraggio nel corso di una terapia psicologica.

Molti però non vanno in terapia per la paura che questa abbia una grande durata.

So che nell’immaginario comune la terapia è un processo lunghissimo e costosissimo, ma questo non è necessariamente vero. Dipende dall’approccio del terapeuta, e da cosa il paziente vuole. La nostra esperienza dimostra, che nel caso degli attacchi di panico un numero di dieci sedute può essere sufficiente a far scomparire il sintomo.


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Le relazioni e lo spazio in azienda

Questo è l’articolo tratto dal Corriere della Sera

Una volta era solo il fumo. Adesso sono rumori e odori a rendere difficile la convivenza al lavoro. Gli spazi ad alta densità non facilitano l’impresa, e le incombenze da rincorrere neppure. Dall’ufficio dobbiamo chiamare la tata, il marito, l’amante, la maestra dei bambini o i genitori anziani. Il che significa che simultaneamente i nostri vicini di banco si fanno, loro malgrado, gli affari nostri. Stessa cosa per il cibo: senza più tempo per la pausa pranzo, mangiamo davanti al computer. Sushi o cavoletti, il risultato per il dirimpettaio non cambia (complice l’assenza di finestre con la climatizzazione centralizzata). Sono i segni di un’intimità perduta, ma all’opposto anche di una condivisione forzata, perché davvero l’ufficio è diventato per tutti, uomini, donne, mogli o mariti, il luogo in cui si trascorre la maggior parte delle ore da svegli.

«Negli anni Sessanta gli impiegati erano sempre uguali, avevano una stanzetta per ciascuno o al massimo ci stavano in due o tre. Il problema delle telefonate private non si poneva, men che meno la consumazione di un menu etnico», racconta lo psicologo Andrea Castiello D’Antonio. Oggi è cambiato tutto. Si lavora in open space, siamo in tanti e siamo diversi. «Il che è una fortuna, ma questa ricchezza umana comprende abitudini, tradizioni alimentari, modi di comportamento e urgenze individuali», interviene Claudio Cortese, ordinario di psicologia del lavoro all’università di Torino. Tra le lamentele più frequenti raccolte nelle sue consulenze aziendali ci sono le telefonate private ad alta voce. E non sono le più bizzarre. «Una volta mi resi conto che la “criticità” in un gruppo era il fatto che uno di loro si toglieva le scarpe sotto la scrivania. Un’altra volta a creare problemi era il collega che durante la pausa pranzo andava in palestra e quando tornava, perfettamente profumato dopo la sua doccia, si trascinava dietro il borsone con i vestiti sudati».

 E poi: fumare o non fumare nei bagni? Mettere o non mettere le scarpe sul tavolo? Videochiamare o non videochiamare il nipotino? «Il tema della leadership in molti casi è importante: se l’eccezione è tollerata solo nei confronti di chi ha il potere, le cose non vanno», dice il professore Franco Fraccaroli, delegato del benessere organizzativo all’università di Trento. E aggiunge: «Le differenze più marcate restano quelle generazionali: è faticoso per i colleghi più maturi accettare una certa disinvoltura nel vestire, nel mangiare, nel fare rumore da parte dei più giovani».

Da quando open space e flexible chairs, che poi sono i grandi acquari dove galleggiano gli umani e le postazioni flessibili, hanno decretato la scomparsa della scrivania fissa (succede, tra gli altri, da Vodafone), si è posto il problema dell’ordine (e del disordine). Perché non tutti, prima di lasciare un tavolo su cui il giorno successivo lavorerà un altro, si pongono la domanda evangelica: come vorrei trovarlo io quando ritoccherà a me?

Gli esperti affidano il ruolo di arbitro alle aziende. Il lavoro da casa risolve alla radice i problemi. Ma ci sono le nuove multinazionali che fanno una grande attività di prevenzione già nell’architettura degli spazi. «La progettazione degli ambienti per noi è diventata fondamentale: abbiamo creato spazi che si adattano alle esigenze di chi lavora e non il contrario», spiega Roberto Biazzi, direttore delle risorse umane di Fastweb. Significa che le telefonate private (o anche quelle di lavoro, magari in una lingua straniera, quando si alza il tono della voce senza rendersi conto) vengono fatte dentro cabine specifiche. Mentre il panino, il cous cous, i maccheroni si possono scaldare nel microonde in una stanza attrezzata solo per quello (nel caso Fastweb, la sala ha pure Wifi e postazione Internet). Infine ci sono le oasi, come da Heineken. Dove per definizione vige una «cultura collettiva» e il venerdì sera, prima di tornare a casa, si va tutti in birreria (aziendale). E lì ogni attrito va via.

Questa invece una mia riflessione sullo stesso: 

Che le aziende italiane sul tema della psicologia del lavoro siano indietro di molti anni rispetto ad altre realtà europee ed extraeuropee è indubbio. Ciò che adesso da noi sembra materia avveniristica (vedi articolo) in altre zone è consuetudine. L’Italia è un Paese vincolato da tradizioni e abitudini, dove provare il cambiamento è spesso fonte di indicibile angoscia.

Lo spazio fisico del lavorare, quasi mai è pensato davvero, spesso è com’è perché e “sempre stato così”. Ma fermiamoci un attimo a riflettere:  “quanto è importante, per l’efficenza e le relazioni lavorative riuscire a COSTRUIRE una dimensione che abbia un reale senso e sia davvero funzionale?

Nessuno (o quasi) in casa propria ha disposto la mobilia e la funzione delle stanze a caso, tutto sembra essere assoggettato ad una logica, ad un piacere estetico che però ha anche una sua praticità. Nelle aziende spesso non è così.

Ho fatto molti interventi come psicologo aziendale nella città di Prato e nei comuni limitrofi, e quasi mai ho trovato datori di lavoro che avessero davvero pensato a come organizzare gli spazi interni. Semplicemente o si fa con quello che c’è o si fa come sembra più “comodo”. La mia  esperienza invece mi insegna che una riprogettazione ben fatta può aumentare la produttività di quasi il 15% ed il senso di benessere lavorativo quasi del 25%.

In fondo basterebbe poco, basterebbe avere un po’ meno paura di cambiare.


Piazza delle carceri

Psicologo a Prato

Fare lo psicologo a Prato significa non solo occuparsi della salute mentale delle persone che qui vivono ma anche essere consapevole del contesto sociale e culturale che questa città offre. Fare lo psicologo a Prato significa essere a conoscenza dei problemi che questa città si porta da anni sulle spalle, dalla crisi del distretto tessile alla enorme diffusione delle dipendenze, su tutte quella da gioco d’azzardo e quella da cocaina.

Nei 15 anni di lavoro come psicologo prima e come psicoterapeuta poi, sia all’interno delle istituzioni che come libero professionista ho avuto un punto di vista privilegiato sui problemi della città. Ho molte volte assistito alla tragedia della perdita del lavoro in età avanzata, aiutando le persone a reagire alla conseguente crisi depressiva e/o di ansia; ho potuto aiutare donne e uomini con una dipendenza da gioco d’azzardo, e aiutato famiglie i cui figli facevano uso di sostanze. Sono consapevole che seppur lentamente, forse troppo, questa città sta nel suo complesso, cercando di ricostruirsi una identità che non passi solo da quello che è stata ma anche e soprattutto da quello che sarà.

Fare lo psicologo a Prato significa non dimenticare quello che questa città è stata, conoscere quello che questa città è, e sopratutto lavorare per aiutare le persone a costruire quello che questa città sarà.


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CTU e CTP Aspetti Teorici e Pratici – II parte

Il Giudice ci porrà il quesito, e poi: “allora è tutto chiaro dottore?” risposta: “NO…” IL QUESITO DEL GIUDICE DEVE ESSERE ASSOLUTAMENTE CHIARO. Si può chiedere qualunque cosa non si sia capita, senza aver timore di fare la figura dell’imbecille. “mi scusi Signor Giudice ma con […] che cosa intendeva dire?” Si parla sempre di quesito (singolare) ma attenzione ai sotto quesiti, perché spesso gli aspetti che si vuol indagare sono più di uno.

Bisogna prestare attenzione fin da subito al quesito e fin da subito pensare a come ci si vuole muovere in quanto è possibile avvalersi di ausiliari che possono collaborare nello svolgimento di un particolare aspetto della perizia (occhio però che farseli poi rimborsare non è sempre cosa semplice…), gli ausiliari vanno fatti nominare all’udienza di convocazione se si vuole rimettere la loro parcella al Tribunale. L’ausiliario va pagato subito, poi noi riceveremo il rimborso.

I tempi della relazione scritta vanno “mercanteggiati” e siamo noi a doverli stabilire possono essere, 60 o 90, o più giorni a seconda della complessità del caso. MAI accettare 30 ma difficilmente possiamo chiedere 90, ma è sempre meglio provarci. Il mio consiglio è attenersi sempre sui 90 giorni, tenendo a mente che è sempre possibile chiedere un’ulteriore proroga.

La frase:

“Chiedo 60gg a partire dall’inizio delle operazioni peritali previsto per (data in cui credi d’iniziare) alle ore xx:xx presso il mio studio privato di via Lazzerini 4 con un incontro preliminare con le parti”; poi: “Signor Giudice, per il ritiro del fascicolo processuale, io passerei domattina alle 11:00 presso la segreteria del Tribunale”

Così facendo sono gli avvocati e non il CTU che devono avvertire i CTP. Se per caso ci dimenticassimo di chiedere in seduta il fascicolo con gli atti, ci vorrebbe poi parecchio tempo per ottenerlo. Il fascicolo va tenuto come un figlio (GUAI a perderlo e va restituito alla consegna della perizia (nel penale) o della relazione (nel civile).

Finito il dibattimento, quando si alza il Giudice, NON andare via, ma andare a FIRMARE dal cancelliere.

Il CTU può avere accesso a tutta la documentazione clinica dell’imputato.


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Ciclo di Vita Familiare (prima parte)

Quelle descritte di seguito sono le fasi che un individuo (che ha la fortuna di vivere abbastanza a lungo), si trova a dover affrontare. Ovviamente le età alle quali ognuno di noi arriva ad una determinata fase variano sia a seconda della storia individuale che delle facilitazioni (o degli ostacoli) che via via, nel percorso dell’esistenza si è andati incontrando. Questa schematizzazione è molto importante ed utile perché è una mappa che può darci delle valide indicazioni sul periodo che stiamo vivendo, aiutandoci a fare luce sulle questioni che di volta in volta, in quel determinato momento dell’esistenza, ci si pongono davanti. Le fasi nella loro interezza sono sei, per comodità di lettura le dividerò in due articoli, sotto con le prime 3!

1) GIOVANE ADULTO: I sintomi più frequenti possono essere: inibizioni, problemi comportamentali e di condotta, accettazione del proprio corpo e della propria identità, disturbi alimentari, tossicomanie, disturbi psicosomatici, stati emotivi di carattere reattivo ed in generale comportamenti con un profondo significato di rottura o provocazione. E’ possibile leggere in molte delle manifestazioni sintomatiche più tipiche di questa fase una mirata funzione oppositiva e sfidante nei confronti delle figure di accudimento. Il giovane è teatro di forze opposte che insistono in lui: autonomia e indipendenza vs bisogno di appartenenza

La famiglia frequentemente si rivolge al terapeuta per risolvere problematiche di gestione del figlio oppure legate alla triangolazione.

2) SVINCOLO: Così come ogni altra fase anche questa è il prodotto della fase precedente, è quindi di fondamentale importanza la modalità con cui si è compiuto il processo d’individuazione. Una volta realizzata l’individuazione la persona mira ad avere stabilità, maggiore responsabilità e, se possibile, a creare una nuova famiglia. Bisogna ricordare che una “nuova” famiglia non è mai una nuova famiglia, in realtà è il risultato dell’incontro di due sistemi familiari preesistenti. Vengono quindi definiti i confini e le distanze con le famiglie d’appartenenza, vengono mediate regole e ruoli all’interno del nuovo sistema.

Le manifestazioni sintomatiche sono ancora legate ad una più o meno avvenuta individuazione e possono essere: psicosi nei figli, nei genitori se c’è stato un episodio precedente ma anche una varietà di disturbi di area nevrotica.

3) NASCITA DEL PRIMO FIGLIO: L’equilibrio del giovane sistema coppia si modifica e comincia a costruire i così detti vincoli indissolubili, si fortificano le basi del nuovo sistema familiare. Con la nascita del primo bambino, il sistema precedentemente diadico (a 2) si trasforma in un sistema a tre che non è mai strutturato secondo la formula 1+1+1 = 3 ma bensì 2+1 = 3.

Questo è un periodo caratterizzato da grande criticità, si possono riattivare nei padri tematiche filiari ed inerenti al proprio stile di attaccamento, mentre nella donna possono insorgere problematiche relative alla genitorialità. Spesso le madri sonno assolutamente assorbite dal loro ruolo genitoriale, tanto da sacrificare o trascurare la relazione coniugale, mentre i padri possono allontanarsi e rinunciare sia alla funzione di genitori che di coniugi. Si deve doverosamente ricordare che durante le ultime successioni generazionali il coinvolgimento della figura paterna nelle funzioni educative e di accudimento si è notevolmente intensificato, riconoscendo alla figura maschile un ruolo attivo nella crescita del proprio figlio. Le problematiche che la famiglia deve affrontare sono spesso legate al tradimento o all’abbandono del nucleo familiare da parte del padre che gradualmente diventa sempre più periferico.

Le tematiche di coppia costituiscono quindi la vera area di problematicità di questa fase, il sistema deve riorganizzarsi prontamente e far fronte comune ai cambiamenti prodotti dalla nascita del figlio nell’equilibrio familiare. Infatti, nell’uomo, come è già stato detto, la gravidanza della compagna può scatenare tematiche legate all’abbandono e al sentirsi trascurati. 

Altro fenomeno di particolare rilevanza è la depressione post partum che spesso rimanda a difficoltà ed inadeguatezza legate alla genitorialità. Solitamente in questo periodo del ciclo vitale riappaiono i membri della famiglia di origine, questo comporta nuove modalità di gestione ed una ridefinizione dei rapporti con essi. I confini familiari diventano più permeabili, questo può quindi riattivare vecchi conflitti sopiti.

…continua nel prossimo post!