Team_building

Team Building e Formazione “Non Convenzionale” in Azienda

Nel 2002 ho cominciato ad occuparmi di formazione aziendale, inizialmente sui temi della Sicurezza sui Luoghi di Lavoro (legge 81/08) e poi occupandomi con sempre maggiore interesse e piacere di tutti quegli aspetti che fanno di una Azienda un’eccellenza. Negli anni ho accumulato le più varie esperienze e con queste la convinzione che l’eccellenza viene raggiunta solo da quelle società che riescono a fare squadra, a trasformare i dipendenti in un gruppo di lavoro e a far si che tra gli impiegati si strutturino relazioni reali e profonde. Il lavoro impiega più della metà del tempo a disposizione di un essere umano e lavorare con la sensazione di essere parte di qualcosa di importante per noi è essenziale se vogliamo trasformare quel lavoro in qualcosa di più, in qualcosa che valga davvero la pena d’essere fatto.

Così ho cominciato ad occuparmi di quella formazione che non si fa in aula, non si fa con carta e penna o con le slide di un Powerpoint ma si fa sulla propria pelle, sperimentando emozioni reali e soprattutto condividendo queste emozioni con i colleghi. Quello che ne nasce è un senso nuovo di appartenenza al lavoro, una nuova e più profonda conoscenza di sé stessi e dei colleghi che diventa la premessa fondamentale per la costruzione di un gruppo più forte, coeso e produttivo.

Tutto questo, ovviamente senza tralasciare di dire che queste esperienze sono sempre maledettamente DIVERTENTI!

Questi sono i 5 corsi di maggior successo da me pensati e realizzati per le aziende di piccole e medie dimensioni, per ogni ulteriore informazione circa la realizzabilità ed i costi degli stessi non esitate a contattarmi.

COOKING CLASS: Cucinare assieme per affinare le capacità di collaborazione e coordinamento è una pratica classica dei corsi sul team building, noi possiamo declinarla in mille sfaccettature diverse, progettate sulla specificità del cliente. Dalla ormai famigerata Mistery Box, al fare la spesa con un budget limitato all’organizzazione di una caccia al tesoro degli ingredienti per finire alla raccolta degli stessi nei campi in cui si coltivano. Insomma che sia competitiva o collaborativa l’esperienza finisce sempre coi partecipanti attorno al tavolo, felici di mangiare assieme il frutto della loro fatica.

  • Partecipanti: da 4 a 20
  • Durata: da 4 a 8 ore
  • Tipo di attività: sia Collaborativa che Competitiva
  • Skills in evidenza: Leadership, Lavoro in Team, Organizzazione del Lavoro, Organizzazione del Tempo, Precisione, Condivisione, Capacità di Mantenimento del Ruolo.

 

PASTA BUILDING: Dividiamoci in due squadre per costruire un ponte, od una torre ma con spaghetti, penne e pongo! La squadra che saprà realizzare il ponte più lungo o la torre più alta e robusta vincerà la competizione. Un’attività divertente che prevede la capacità di fare squadra, di organizzazione che mette in luce le capacità direttive e di organizzazione dei singoli all’interno del gruppo

  • Partecipanti: da 4 a 20
  • Durata: da 2 a 4 ore
  • Tipo di attività: sia Collaborativa che Competitiva
  • Skills in evidenza: Leadership, Lavoro in Team, Organizzazione del Lavoro, Organizzazione del Tempo, Precisione, Problem Solving.

 

 I CINQUE SENSI: Un vero e proprio percorso sensoriale alla riscoperta dei nostri 5 sensi, il gruppo per sviluppare, divertendosi la fiducia e la reciproca conoscenza.  Assaggi di cibi da bendati, percorsi a piedi con privazione sensoriale, ascolto guidato di musica da bendati, concentrarsi sull’odore delle cose, riconoscere al tatto frutta, verdura, stoffe e altro… insomma concentrarsi su di un senso alla volta per scoprire le nostre reali capacità di attenzione.

  • Partecipanti: da 4 a 20
  • Durata: da 3 a 6 ore
  • Tipo di attività: preferibilmente Collaborativa
  • Skills in evidenza: Capacità di Affidarsi agli Altri, Introspezione, Rifflessività, Assertività, Fiducia nei Colleghi.

 

 CACCIA AL TESORO 2.0: I team saranno comandati tramite Whatsapp e cellulare, i giudici assegneranno loro di volta in volta obiettivi sempre più difficili e divertenti, in un’attività che fa del lavoro di squadra, della velocità e dello spirito di osservazione le caratteristiche necessarie per vincere.

  • Partecipanti: da 4 a 20
  • Durata: da 4 a 8 ore
  • Tipo di attività: Competitiva a Squadre
  • Skills in evidenza: Leadership, Lavoro in Team, Organizzazione del Lavoro, Organizzazione del Tempo, Precisione, Problem Solving.

 

PENSA ALLA TUA AZIENDA E PROMUOVILA!: Tutti assieme (o divisi in due team) dovrete pensare ad uno spot pubblicitario che rappresenti al meglio le caratteristiche vincenti della vostra azienda. Avrete a disposizione una fotocamera, costumi ed accessori, dovrete scrivere una sceneggiatura, darvi i ruoli e… ciak, si gira! Saremo poi noi ad occuparci del montaggio e della resa finale del lavoro che sarà proiettato in sala riunioni alla compresenza di tutti.

  • Partecipanti: da 5 a 15
  • Durata: da 3 a 6 ore
  • Tipo di attività: Preferibilmente Collaborativa
  • Skills in evidenza: Leadership, Lavoro in Team, Organizzazione del Lavoro, Organizzazione del Tempo, Precisione, Problem Solving, Riflessività.

 

 

 


work-space-header

Le relazioni e lo spazio in azienda

Questo è l’articolo tratto dal Corriere della Sera

Una volta era solo il fumo. Adesso sono rumori e odori a rendere difficile la convivenza al lavoro. Gli spazi ad alta densità non facilitano l’impresa, e le incombenze da rincorrere neppure. Dall’ufficio dobbiamo chiamare la tata, il marito, l’amante, la maestra dei bambini o i genitori anziani. Il che significa che simultaneamente i nostri vicini di banco si fanno, loro malgrado, gli affari nostri. Stessa cosa per il cibo: senza più tempo per la pausa pranzo, mangiamo davanti al computer. Sushi o cavoletti, il risultato per il dirimpettaio non cambia (complice l’assenza di finestre con la climatizzazione centralizzata). Sono i segni di un’intimità perduta, ma all’opposto anche di una condivisione forzata, perché davvero l’ufficio è diventato per tutti, uomini, donne, mogli o mariti, il luogo in cui si trascorre la maggior parte delle ore da svegli.

«Negli anni Sessanta gli impiegati erano sempre uguali, avevano una stanzetta per ciascuno o al massimo ci stavano in due o tre. Il problema delle telefonate private non si poneva, men che meno la consumazione di un menu etnico», racconta lo psicologo Andrea Castiello D’Antonio. Oggi è cambiato tutto. Si lavora in open space, siamo in tanti e siamo diversi. «Il che è una fortuna, ma questa ricchezza umana comprende abitudini, tradizioni alimentari, modi di comportamento e urgenze individuali», interviene Claudio Cortese, ordinario di psicologia del lavoro all’università di Torino. Tra le lamentele più frequenti raccolte nelle sue consulenze aziendali ci sono le telefonate private ad alta voce. E non sono le più bizzarre. «Una volta mi resi conto che la “criticità” in un gruppo era il fatto che uno di loro si toglieva le scarpe sotto la scrivania. Un’altra volta a creare problemi era il collega che durante la pausa pranzo andava in palestra e quando tornava, perfettamente profumato dopo la sua doccia, si trascinava dietro il borsone con i vestiti sudati».

 E poi: fumare o non fumare nei bagni? Mettere o non mettere le scarpe sul tavolo? Videochiamare o non videochiamare il nipotino? «Il tema della leadership in molti casi è importante: se l’eccezione è tollerata solo nei confronti di chi ha il potere, le cose non vanno», dice il professore Franco Fraccaroli, delegato del benessere organizzativo all’università di Trento. E aggiunge: «Le differenze più marcate restano quelle generazionali: è faticoso per i colleghi più maturi accettare una certa disinvoltura nel vestire, nel mangiare, nel fare rumore da parte dei più giovani».

Da quando open space e flexible chairs, che poi sono i grandi acquari dove galleggiano gli umani e le postazioni flessibili, hanno decretato la scomparsa della scrivania fissa (succede, tra gli altri, da Vodafone), si è posto il problema dell’ordine (e del disordine). Perché non tutti, prima di lasciare un tavolo su cui il giorno successivo lavorerà un altro, si pongono la domanda evangelica: come vorrei trovarlo io quando ritoccherà a me?

Gli esperti affidano il ruolo di arbitro alle aziende. Il lavoro da casa risolve alla radice i problemi. Ma ci sono le nuove multinazionali che fanno una grande attività di prevenzione già nell’architettura degli spazi. «La progettazione degli ambienti per noi è diventata fondamentale: abbiamo creato spazi che si adattano alle esigenze di chi lavora e non il contrario», spiega Roberto Biazzi, direttore delle risorse umane di Fastweb. Significa che le telefonate private (o anche quelle di lavoro, magari in una lingua straniera, quando si alza il tono della voce senza rendersi conto) vengono fatte dentro cabine specifiche. Mentre il panino, il cous cous, i maccheroni si possono scaldare nel microonde in una stanza attrezzata solo per quello (nel caso Fastweb, la sala ha pure Wifi e postazione Internet). Infine ci sono le oasi, come da Heineken. Dove per definizione vige una «cultura collettiva» e il venerdì sera, prima di tornare a casa, si va tutti in birreria (aziendale). E lì ogni attrito va via.

Questa invece una mia riflessione sullo stesso: 

Che le aziende italiane sul tema della psicologia del lavoro siano indietro di molti anni rispetto ad altre realtà europee ed extraeuropee è indubbio. Ciò che adesso da noi sembra materia avveniristica (vedi articolo) in altre zone è consuetudine. L’Italia è un Paese vincolato da tradizioni e abitudini, dove provare il cambiamento è spesso fonte di indicibile angoscia.

Lo spazio fisico del lavorare, quasi mai è pensato davvero, spesso è com’è perché e “sempre stato così”. Ma fermiamoci un attimo a riflettere:  “quanto è importante, per l’efficenza e le relazioni lavorative riuscire a COSTRUIRE una dimensione che abbia un reale senso e sia davvero funzionale?

Nessuno (o quasi) in casa propria ha disposto la mobilia e la funzione delle stanze a caso, tutto sembra essere assoggettato ad una logica, ad un piacere estetico che però ha anche una sua praticità. Nelle aziende spesso non è così.

Ho fatto molti interventi come psicologo aziendale nella città di Prato e nei comuni limitrofi, e quasi mai ho trovato datori di lavoro che avessero davvero pensato a come organizzare gli spazi interni. Semplicemente o si fa con quello che c’è o si fa come sembra più “comodo”. La mia  esperienza invece mi insegna che una riprogettazione ben fatta può aumentare la produttività di quasi il 15% ed il senso di benessere lavorativo quasi del 25%.

In fondo basterebbe poco, basterebbe avere un po’ meno paura di cambiare.


PSS

Lo Psicologo in azienda

Il Problem Solving Strategico in azienda è una complessa forma di intervento psicoterapico che prende le mosse dalla psicoterapia cognitiva orientata in senso Strategico.

Le strategie non sono frutto di un improvviso atto di creatività, ma sono basate sull’applicazione di un sistematico e rigoroso metodo di ricerca, attraverso una precisa logica (non ordinaria) di intervento che fanno si che rigore ed inventiva si complementino e si alimentino a vicenda, poiché come sosteneva G. Bateson “Il rigore da solo è morte per asfissia la creativa da sola è pura follia”.

Tale logica si differenzia dalle logiche tradizionali (ordinarie) per la sua caratteristica di mettere a punto il modello di intervento sulla base degli obiettivi prefissati e delle specifiche caratteristiche del problema affrontato, piuttosto che sulla base di una teoria precostituita.

In altri termini, si rinuncia a seguire ciecamente una qualsiasi prospettiva rigida che fornisca, in maniera deterministica, indicazioni su come procedere o pretenda di dare una descrizione aprioristica ed esaustiva dei fenomeni che si stanno studiando e sui quali si vuole intervenire.

“L’imperativo metodologico” infatti è: sono le soluzioni che spiegano i problemi e non le spiegazioni che guidano alle soluzioni. Pertanto la tecnologia del cambiamento si evolve sulla base della sua efficacia e non sulla base di teorie da provare, si osserva quindi il passaggio da una metodologia ipotetico–deduttiva a una costitutivo–deduttiva, ovvero: invece di conoscere per cambiare, cambiare per conoscere (Watzlawick, Nardone, 1997).

In estrema sintesi il PSS è una metodologia volta a risolvere i problemi in azienda attraverso l’utilizzo di tecniche di chiara matrice psicoterapica, con domande circolari che sono volte a mettere via via sempre più a fuoco il fulcro nevralgico di ciò che non funziona e, una volta identificato il VERO problema, procedere per plausibili tentativi, volti ad alterare l’ordine fin lì precostituito delle procedure aziendali. Questa metodologia è estremamente efficace perché permette al sistema azienda di essere studiato da un osservatore esterno (il terapeuta) che avulso dalle dinamiche di potere interne al sistema e non accecato dalla routine quotidiana, può fornire alla committenza una visione vergine delle problematiche realmente esistenti nell’organizzazione.

Abstract network design

La Valutazione dello Stress Lavoro Correlato

C’è una verità semplice che troppo spesso sfugge all’attenzione dei datori di lavoro, questa verità è che la loro azienda è fatta di persone, e le persone di una azienda sono tra loro in relazione. A questa verità consegue una logica deduzione, ovvero: se in un ambiente di lavoro le persone tra loro sono in relativa armonia, la produttività generale aumenta, viceversa, se non lo sono (o sono addirittura in aperto contrasto) la produttività diminuisce. Facile vero? Ovvio, direte voi… Talmente ovvio che l’Italia è negli ultimi posti nella classifica europea sul benessere organizzativo.

L’81/08 e SMI ha introdotto l’obbligo della valutazione dello stress lavoro correlato, ma aldilà dell’ottemperanza di un obbligo, questa procedura sarebbe potuta essere uno strumento formidabile per adoperare delle modifiche nel modo di vivere le relazioni sul luogo di lavoro, purtroppo però è quasi sempre solo un foglio sul quale, spesso un geometra o un ingegnere (notoriamente esperti di questioni di salute mentale) hanno apposto una firma.

Nella mia attività come psicologo in azienda ho fatto decine e decine di valutazioni di stress lavoro correlato, nessuna fine a se stessa, nessuna che non abbia fornito utili spunti alle aziende che mi hanno commissionato il lavoro. A volte i suggerimenti sono rimasti solo sulla carta (il cambiamento d’altronde spaventa sempre), altre volte hanno guidato una vera e propria “ristrutturazione relazionale” all’interno dell’organizzazione.

Ai datori di lavoro la scelta.


schermata-2016-09-13-alle-11-59-38

Stress e Lavoro

Stress: una forma di linguaggio!

Cosa pensereste se vi dicessi che lo stress, per quanto spiacevole sia, rappresenti soltanto una delle svariate forme di comunicazione a disposizione dell’uomo?

Per spiegare questo concetto c’è bisogno di fare un passo indietro e partire da uno degli assiomi fondamentali della comunicazione umana, ovvero: “l’uomo non può non comunicare”. Questa sentenza così lapidaria ci ricorda che ogni nostro comportamento, azione e persino sintomo può e deve essere inscritto all’interno di una qualche relazione.

Se siete degli eremiti e passate la vostra esistenza nella solitudine più severa, forse avete sbagliato articolo. Tutto il resto degli individui che vive e lavora a contatto con propri simili può proseguire.

In funzione di quanto appena scritto ogni situazione che prevede la presenza di almeno due persone riconosce alla totalità delle nostre manifestazioni una funzione comunicativa. Di conseguenza, a prescindere dall’ambiente, dobbiamo concludere che se le persone condividono lo stesso spazio esse sono continuamente impegnate a comunicare. A pensarci bene la nostra vita è interamente scandita da contatti con l’altro. La famiglia, la coppia, la scuola, lo sport e, dulcis in fundo, il lavoro.

Certo, le forme d’espressione del nostro repertorio sono molteplici, più o meno efficaci e volontarie; così tutto quel corteo sintomatologico che accompagna lo stress lavorativo può assumere un significato per coloro che ci circondano. Sebbene possa apparire come un dramma tutto personale, lo stress sul lavoro nasce e si esprime prevalentemente in un luogo condiviso con l’altro (colleghi, clienti, superiori, ecc.). Di conseguenza gli altri, non solo contribuiscono attivamente al nostro stress, ma ad esso reagiscono e possono essere parte della sua soluzione.

Nella maggior parte dei casi chi lavora sotto la gogna dello stress non riesce ad interpretare e gestire le proprie difficoltà all’interno delle relazioni che vive, manca cioè di una visione più ampia e interconnessa all’altro. La tendenza più comune è quella di chiudersi nel proprio problema, ritenendo gli altri inadatti, insensibili, responsabili delle nostre sventure o incapaci di poterle risolvere. In definitiva ci escludiamo dalla possibilità di vedere il problema attraverso una prospettiva allargata, gli esperti direbbero sistemica, che faccia leva sugli aspetti relazionali dello stress. Le manovre di sterile irrigidimento e chiusura sono evidenti nei tipici processi mentali del lavoratore stressato. Si stabiliscono di fatto pensieri ricorsivi e senza via d’uscita che imprigionano il pensiero in uno schema tanto ripetitivo quanto inutile.

Il tipico esempio è quello di una persona (e ce ne sono molte) che vive il lavoro come una tortura insopportabile, consacrando l’intera giornata a pensare al momento in cui tornerà a casa per mettersi finalmente a riposo. Lavora al limite della sopportazione, costantemente sull’orlo di una crisi, vorrebbe risolvere il problema ma in realtà confida soltanto nel momento tanto atteso in cui tornerà a casa, come sempre sfinito, per gettarsi sul divano o sprofondare sul letto. In sostanza si è rassegnato a sopportare, non ad affrontare la situazione, si rimette passivamente alla fuga dal lavoro una volta arrivate le tanto agognate cinque del pomeriggio.

Finalmente torna a casa! Teso, traumatizzato da otto ore di calvario quotidiano, non gli sono rimaste energie neanche per salutare la moglie. L’abbonamento in palestra è scaduto ormai da mesi e gli amici hanno smesso da tempo di provare a coinvolgerlo. In effetti quando una persona torna da lavoro in condizioni tanto disastrate pensa soltanto a una cosa: riposare. Così lui ci prova a recuperare ma… strano, non ci riesce fino in fondo. C’è un pensiero ridondante e molesto che pare non abbandonarlo più: domani devo andare a lavoro…