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Sesso, impotenza e psicoterapia

Se c’è un danno che la pornografia ha certamente prodotto è quello di avere associato nell’immaginario collettivo l’idea di prestazione a quella di sesso e godimento, quasi che le tre cose siano tra loro indissolubili. Così l’unico sesso appagante è divenuto per un’intera generazione quello che passa dall’erezione e dal mantenimento della stessa in una sorta di rincorsa al record misurabile in durata e ritmo. Ovviamente questa insana visione porta spesso il maschio a provare un intenso senso di ansia che spesso si riverbera in mancata o perduta erezione. Ci sono migliaia di ragazzini cresciuti a pane e youporn che non conoscono altro tipo di sessualità se non quella lì esplicitata, non sanno delle punture intracavernose che i pornoattori sono costretti a farsi per avere un’erezione di 8 ore: quello vedono e quello pensano di poter riprodurre. Magari qualche volta ci riescono anche, ma arrivati alla prima cilecca con facilità si instaura il perverso meccanismo della paura che, quasi inevitabilmente, li porta al “fallimento”.

Già considerare la mancata (o perduta) erezione “fallimento” è un errore dei nostri tempi. Bisognerebbe infatti fare in modo che la sessualità si riappropriasse della dimensione relazionale abbandonando piano piano quella prestazionale. Fare sesso significa anche e soprattutto abbandonarsi e dedicarsi all’altro e impegnarsi affinché il tempo dell’intimità sia un tempo di scoperta di ascolto (non necessariamente con le orecchie!).

L’essere umano che vive con pienezza l’atto sessuale non conosce fallimento perché non ha altro obiettivo che dedicarsi al partner, così godendo.

In questo senso fondamentale è la possibilità di attivare un serio percorso di educazione sessuale nelle scuole (prevenzione primaria), qualora questo non sia stato vissuto (o non sia bastato) allora la psicoterapia (quando necessaria) può essere una giusta via al cambiamento e alla realizzazione di una vita sessuale piena e scevra dall’ansia.


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Coronavirus: cinque facili previsioni su ciò che succederà ed un auspicio

Quale sarà la reale portata degli effetti psicologici di quello che ci è successo in questi ultimi due mesi lo sapremo solo tra qualche tempo, quando potremo avere nuovi e più precisi dati statistici sui quali lavorare. Per adesso dunque ci muoviamo nel mare magno delle speculazioni, delle proiezioni, una sorta di exit poll della psicopatologia che sarà. Da parte mia voglio azzardare, non senza cognizione di causa, alcuni degli eventi che potremmo riscontrare nei prossimi mesi.

1. Non siamo migliorati (e non miglioreremo). Che sessanta giorni di isolamento non avrebbero giovato alle nostre caratteristiche caratteriali e psicologiche era chiaro fin dall’inizio. Chiunque ripetesse questo auspicio lo faceva o con intento naïf o con la volontà di mentire per addolcire la pillola di noi tutti reclusi. Pensare che da una catastrofe come quella che abbiamo vissuto sarebbe potuto nascere una umanità più illuminata non ha basi né storiche né psicologiche. Basti pensare che nel medioevo durante le epidemie di peste non erano rari gli episodi di cannibalismo e che, ancora oggi per punire i carcerati più indisciplinati si ricorre all’isolamento come al castigo più temuto. Quindi, al più (ma ne dubito) ne usciremo uguali a come ci siamo entrati, più facilmente invece torneremo alla libertà incattiviti dalle sofferenze e dalle paure patite.

2. Ci sarà un picco di divorzi. Questo è già successo a Wuhan e con molta probabilità accadrà anche da noi. Tenere sotto lo stesso tetto per un periodo così lungo due coniugi (o conviventi) non è una cosa che può in alcun modo giovare alla coppia stessa; vuoi per l’ovvio effetto “saturazione” vuoi perché, privati entrambe di qualunque possibile valvola di sfogo, siamo stati costretti a riversare in casa tutto quello che ci ha albergato nella mente. In più la sfera sessuale ha anch’essa, nella maggior parte dei casi, subito un duro contraccolpo, mancando l’attesa, la cura di sé prima dell’incontro, quel minimo di mistero e di pudore che deve sopravvivere in ogni rapporto di coppia (almeno se vogliamo che duri).

3. Duecentotrentatre decreti senza bambini. Ecco, i bambini sono la vera e più inquietante incognita di tutta questa situazione, dire che sono stati dimenticati dallo Stato è dire poco, di loro non hanno mai parlato, quello che hanno fatto è stato chiudere le scuole, privarli dell’istruzione e (soprattutto) della socialità e bon. Voglio ancora una volta ricordare che per i minori la socialità non è solo divertimento e chiacchiere, per i bambini la socialità è formazione e crescita, è confronto, paragone e acquisizione di mezzi e di strumenti nuovi. Abbiamo assistito in questi due mesi ad una eradicazione del concetto stesso di educazione, molti genitori dopo aver inventato tutto quello che potevano inventare si sono trovati costretti a gettare la spugna ed accendere la TV. Quello che posso prevedere è che molti di loro si troveranno a settembre con molti mesi da recuperare (molti di più di quelli effettivamente persi) sia a livello didattico che a livello sociale, ed ancora una volta, saranno le famiglie a doversi fare carico di tutto il quello che occorrerà per fare in modo che i loro figli tornino almeno a livello pre-Covid.

4. Aumenteranno i disturbi psicologici in genere. Anche questo lo sappiamo già sia guardando a quello che è già successo in Cina sia per la ricerca che l’Ordine Nazionale degli Psicologi ha commissionato e i cui primi risultati già confermano questa facile previsione. Eppure dei 55 miliardi che lo stato ha stanziato per il futuro rafforzamento della sanità in Italia non un singolo euro è stato stanziato per il sostegno e la cura psicologica. Quasi come se il corpo e la mente fossero due entità così distinte da poterne bellamente ignorare una.

5. Non ci sarà più nessuno ad elargire abbracci gratis. Tutto quello che sarà dovremmo conquistarlo di nuovo con le unghie e con i denti. Il cosiddetto “ritorno alla normalità” non sarà un processo passivo, non basterà aspettare ma dovremmo tutti impegnarci per combattere le paure ed i fantasmi che ormai sono entrati a far parte del nostro quotidiano. Sarà solo grazie ad un enorme sforzo individuale che torneremo ad avvertire e soprattutto vivere il senso di comunità che questo evento ha frantumato.

Ciò detto non voglio e non posso concludere senza un messaggio di speranza, la speranza che molti abbiano potuto far tesoro di tutta questa vicenda, avendo almeno dedicato un pensiero alla caducità della vita e all’impermanenza che tutto avvolge e tutto crea e distrugge. C’è (e c’è sempre stato) solo il presente. Le angosce del futuro, così come i rimpianti del passato, trasformano la nostra vita in un eterno sovrappensiero; aver toccato con mano la fragilità dell’esistere può essere stata una buona occasione per aprire gli occhi nel qui ed ora e finalmente vivere nella pienezza del momento.

 

(mio articolo tratto da www.targettopli.com)


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La scienza da prendere con le pinze

Sorgente: La scienza da prendere con le pinze

Riporto questo articolo perché credo si debba sempre di più, e sempre con maggior lena, impegnarsi per portare la Scienza all’interno del dibattito politico e sociale del nostro paese. Riuscire a capire che cosa sia un’anteprima, uno studio, un preprint è di fondamantale importanza se si vuole avere gli strumenti necessari per orientarsi in un mondo sempre più vittima di informazioni superficiali e mal gestite. Questo tema non riguarda solo quello che è successo in tempi recenti con la pandemia ed il suo racconto, riguarda più in generale la nostra vita ed il nostro modo di leggere la realtà. Il lavoro dello psicoterapeuta alla fine è quello di aiutare le persone a raggiungere un nuovo livello di consapevolezza, acché queste possano liberarsi da una condizione pre-esistente di sofferenza per approdare in una nuova, e più funzionale realtà. Ecco che allora il saper scegliere le fonti, avere gli strumenti necessari per cernire il vero dall’apocrifo è una condizione assolutamente necessaria per lavorare su di sé e sulla nostra costruzione della realtà percepita (e quindi vissuta).

Presto torneremo ad una condizione di semi-normalità, molte attività riprenderanno, anch’io mi sto organizzando per ricevere nuovamente i pazienti nel mio studio di psicologia a Prato, sarebbe meraviglioso se tutti, facessimo uno sforzo in più per capire che cosa è davvero necessario per proteggerci l’un l’altro aldilà della cieca paura e al di sopra del “sentito dire”.

(Cristiano Pacetti)

Di seguito l’articolo da l’Internazionale

Alcuni parlano di “caos”, altri di “ricetta per un disastro”, e non si riferiscono agli effetti sulla salute o sull’economia del covid-19, ma a uno strumento fondamentale per sconfiggere il virus: la scienza.

Dall’inizio della pandemia sono stati pubblicati migliaia di studi sul virus. “La comunità dei ricercatori si è mobilitata come non mai”, dice John Inglis, della casa editrice accademica Cold Spring Harbor Laboratory Press, con sede a New York.

Tuttavia nella corsa per imparare a conoscere il Sars-cov-2 – in un vortice di dichiarazioni di politici, articoli di giornalisti inesperti e valanghe d’interventi sui social network – è emersa un’altra pandemia, fatta di dicerie, teorie non verificate e falsità varie. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha descritto questa confusione divulgativa con il termine “infodemia”.

Ricerche in anteprima
A destare particolare allarme è il ruolo delle piattaforme che raccolgono i preprint (prestampa), studi con risultati preliminari non ancora verificati attraverso un processo di revisione indipendente. Questi siti erano nati dalle critiche nei confronti del modello tradizionale di revisione paritaria (peer review) e dalla possibilità di sfruttare le nuove opportunità offerte da internet.

Negli ultimi anni questo sistema alternativo di pubblicazione accademica è diventato sempre più importante e apprezzato, perché permette di diffondere più rapidamente le scoperte scientifiche. Nel contesto di un’emergenza sanitaria senza precedenti i preprint possono essere uno strumento molto utile. Il problema è che la pandemia ne ha evidenziato anche il principale difetto: attraverso gli archivi di preprint chiunque può pubblicare qualsiasi cosa senza quasi nessun controllo.

I siti di preprint permettono alle informazioni di “fluire direttamente dagli autori che propongono ipotesi scientifiche ai lettori che non hanno gli strumenti adatti per valutarle”, sottolinea Jonathan Kimmelman, specialista di etica biomedica dell’università McGill, in Canada.

John Ioannidis, dell’università di Stanford, spiega che le scienze naturali hanno adottato i siti di preprint più lentamente rispetto a quelle fisiche, anche perché nel loro caso la ricerca comporta spesso implicazioni per la salute. Tuttavia nel 2013 Inglis e i suoi colleghi hanno creato una piattaforma di preprint per le scienze biologiche, bioRxiv, e l’anno scorso ne hanno aperta una dedicata alla scienze mediche, medRxiv.

Nei primi otto mesi di attività, medRxiv ha pubblicato 1.100 studi. Poi è arrivata la pandemia. Negli ultimi due mesi sono stati aggiunti 3.700 studi, quasi tutti a proposito del Sars-cov-2 e della malattia che provoca, il covid-19. Oggi un sito combinato medRxiv/bioRxiv, dedicato al virus, contiene più di 2.700 articoli.

Il protocollo di un sito di preprint prevede che i ricercatori possano pubblicare le loro scoperte preliminari per permettere ai colleghi di commentarle. In una fase successiva lo studio viene corretto e proposto a una rivista specializzata o, se è il caso, viene ritirato. Secondo Inglis circa il 70 per cento dei preprint viene poi pubblicato nelle riviste scientifiche.

“Quando si combina la scienza con una simile risonanza sociale e mediatica si ottiene una miscela esplosiva che semina il caos”
In circostanze normali questo sistema può migliorare il processo della ricerca, spiega Stuart Ritchie, professore del King’s college di Londra e autore del libro in uscita Science fictions: exposing fraud, bias, negligence and hype in science. “In generale penso che il preprint sia un’innovazione apprezzabile, perché accelera il processo scientifico e consente un dibattito aperto sui dati, permettendo a tutti di avere accesso alle critiche e ai commenti fatti agli studi.

Ma le circostanze attuali sono tutt’altro che normali. Improvvisamente, dice Ritchie, una grande quantità di persone che normalmente non si interesserebbero ai preprint biomedici (e che non ne colgono necessariamente i limiti) ha cominciato a leggerli e a condividerli. Tra queste persone ci sono politici, funzionari, giornalisti, blogger, influencer, paladini antipandemia da salotto, agitatori politici e complottisti. “Quando si combina la scienza con una simile risonanza sociale e mediatica si ottiene una miscela esplosiva che semina il caos”, spiega Ioannidis.

Un altro problema è che persone parzialmente o totalmente prive di conoscenze biomediche stanno postando o commentando articoli . “Ci sono molti preprint pubblicati da autori che non hanno alcuna formazione scientifica o lavorano in ambiti completamente diversi da quello trattato”, sottolinea Ioannidis. “Molti si sono improvvisati epidemiologi dall’oggi al domani. È la ricetta per un disastro”.

Il lato positivo
Naturalmente la rapida diffusione di dati e ipotesi ha degli aspetti positivi. Quando il virus ha cominciato a circolare, per esempio, i siti di preprint hanno permesso di avere accesso ai dati preliminari provenienti da Wuhan e dall’area circostante, agevolando una prima comprensione del virus. “Non siamo nelle condizioni di poter aspettare i sei mesi solitamente necessari per la pubblicazione di uno studio scientifico”, spiega Ioannidis. “È il doppio del tempo dell’ondata epidemica in corso”.

“Nell’ultimo periodo abbiamo imparato moltissimo sul virus e sulla pandemia, con incredibile rapidità”, conferma Inglis. “I siti di preprint hanno permesso ai ricercatori di condividere le proprie scoperte quasi immediatamente, senza alcun costo e con ostacoli minimi, in un processo completamente aperto”.

Tuttavia molti ritengono che la moltiplicazione di ricerche non verificate comporti rischi eccessivi. “In determinate circostanze avere poche informazioni è peggio che non averne affatto”, sottolinea Kimmelman. “Ritengo che questo ragionamento sia valido nella situazione attuale”.

Questo esempio dimostra quando sia difficile, anche per un giornalista esperto, notare errori gravi in una ricerca
Il discusso antimalarico idrossiclorochina è un buon esempio delle conseguenze negative di questo sistema. Il 20 marzo è stato pubblicato un preprint su medRxiv (ora in fase di stampa sull’International Journal of Antimicrobial Agents) riguardo all’efficacia del farmaco contro il covid-19. Secondo Alfred Kim, della facoltà di medicina dell’università Washington di St.Louis, in Missouri, la sperimentazione era stata condotta in modo inadeguato e su un campione di appena venti persone. Tre giorni dopo è apparso su Zenodo un secondo preprint, in cui altri ricercatori elencavano i difetti metodologici della prima sperimentazione.

Ciononostante le conclusioni della primo preprint sono state diffuse e amplificate dai mezzi d’informazione, dai social network e da molti funzionari e politici, tra cui Donald Trump, che ha definito l’idrossiclorochina “un farmaco rivoluzionario”. A quel punto l’interesse dell’opinione pubblica è schizzato alle stelle. In seguito la situazione è ulteriormente peggiorata. Il 30 marzo, su medRxiv, è stato pubblicato un preprint che annunciava i risultati di un’altra sperimentazione limitata su 62 pazienti covid-positivi ricoverati in un ospedale di Wuhan con sintomi lievi o moderati. La ricerca sosteneva che le persone a cui era stata somministrata l’idrossiclorochina erano guarite più rapidamente.

Il giorno successivo il New York Times ha diffuso i risultati dello studio. L’articolo, scritto da un giornalista scientifico, precisava che la ricerca non era stata sottoposta al processo di revisione paritaria e sottolineava la necessità di effettuare ulteriori ricerche, ma includeva comunque le dichiarazioni entusiastiche di alcuni professionisti. “I medici intervistati per l’articolo lo hanno fatto sembrare credibile”, sottolinea Kimmelman.

Lo studio aveva diversi problemi metodologici. “Emergeva una chiara disparità tra ciò che avevano dichiarato di voler fare e ciò che avevano effettivamente presentato”, spiega Kimmelman, precisando che un revisore competente avrebbe individuato subito questo difetto, mentre una persona poco avvezza alla metodologia delle sperimentazioni cliniche difficilmente l’avrebbe colto. Questo esempio dimostra quando sia difficile, anche per un giornalista esperto, notare errori gravi in una ricerca. Secondo Kimmelman spesso perfino i medici non hanno le competenze per farlo.

Risolvere il problema
L’infodemia ha conseguenze concrete nel mondo reale. Nel caso dell’idrossiclorochina i medici ospedalieri hanno cominciato a somministrarla ai pazienti affetti da covid-19, e alcune persone l’hanno presa senza supervisione. Di conseguenza si è anche ridotta drasticamente la disponibilità per chi ne aveva bisogno per curare l’artrite reumatoide, e risorse scientifiche che sarebbe stato meglio impiegare in altri ambiti sono state incanalate verso la ricerca sul farmaco.

La responsabilità di questa confusione non può ricadere esclusivamente sui preprint. Il sito dedicato agli articoli preliminari sul covid-19 contiene un’avvertenza ben visibile per ricordare ai lettori che gli studi non dovrebbero essere usati per stabilire terapie né diffusi come informazioni accertate.

Tra l’altro i siti di preprint non sono l’unica fonte di conoscenze discutibili. Anche le riviste che seguono il metodo della revisione paritaria sono state accusate di aver pubblicato studi affrettati e di dubbia qualità durante la pandemia. È risaputo che il processo di pubblicazione accademica presenta diversi problemi, tra cui una tendenza a privilegiare i risultati positivi. In generale la revisione paritaria non offre la garanzia che le conclusioni di uno studio possano superare la prova del tempo ed essere replicate con successo.

Considerando i benefici dei siti di preprint, cosa si potrebbe fare per ridurne gli aspetti negativi? Inglis è convinto che la comunità scientifica stia già prendendo provvedimenti per accelerare il processo di controllo sugli articoli. Un esempio di questo sforzo sono alcuni progetti specifici, creati dall’ospedale Mount Sinai di New York e dall’università di Cambridge, per fornire una revisione paritaria informale e commenti di esperti. O il consorzio di editori del settore che sta cercando di snellire il processo di revisione paritaria sui preprint senza comprometterne la qualità. Secondo Ritchie gli articoli preliminari dovrebbero contenere una filigrana digitale per fugare ogni dubbio sulla provvisorietà della ricerca.

Anche se medRxiv sostiene che tutti i manoscritti sono sottoposti a un controllo di base per eliminare i contenuti non-scientifici e il materiale che potrebbe comportare rischi per la salute, è evidente che bisognerebbe fare di più per vagliare le ricerche prima che vengano diffuse ai quattro angoli del pianeta. In realtà parte della colpa va attribuita agli stessi scienziati, precisa Ritchie, soprattutto considerando il volume di studi di bassa qualità pubblicati dai ricercatori.

Molti scienziati sono poco inclini a discutere le proprie ricerche con i giornalisti prima che vengono sottoposte alla revisione paritaria, e questo non è necessariamente un bene, perché i giornalisti potrebbero comunque darne notizia, ma senza alcun consulto. In ogni caso i ricercatori che accettano di parlare con i mezzi d’informazione dovrebbero chiarire meglio la natura preliminare e i limiti del loro lavoro, aggiunge Ritchie.

Un altro problema sono gli esperti di un settore che decidono di sconfinare in altri ambiti. A marzo, per esempio, un ingegnere elettronico e un cardiologo hanno pubblicato un preprint in cui sostenevano che il Regno Unito avrebbe registrato soltanto 5.700 decessi dovuti al covid-19 (medRxiv). Diverse testate hanno diffuso quella stima. Attualmente il bilancio nel Regno Unito è di oltre 31mila decessi accertati.

Kimmelman è convinto che si tratti di un problema sociale più generale. “Penso che la questione vada inserita in un quadro più ampio che riguarda i flussi d’informazione nelle società contemporanee, soprattutto in merito alle competenze. Riscontriamo problemi simili nella politica e nella democrazia, con un’estrema abbondanza di notizie e tesi false. Se davvero vogliamo un processo di ricerca affidabile e un sistema sanitario efficiente dobbiamo affrontare il problema al più presto”.

(Graham Lawton)
(Traduzione di Andrea Sparacino)


Coronavirus, la pandemia aumenta il rischio di disturbi dell’alimentazione

La Repubblica

La pandemia da Covid-19 può aumentare il rischio di ricadute e peggioramento dei disturbi dell’alimentazione o addirittura far nascere questo problema. In questo contesto di emergenza diventa ancora più importante identificare le strutture di cura per seguire i pazienti. Il progetto Manual del Centro nazionale dipendenze e doping dell’Istituto superiore di sanità punta a mappare i centri dedicati alla cura dei disturbi alimentari in Italia.

Si tratta di una vasta raccolta dati che, tramite i questionari che l’Iss riceverà dai centri, potrà dare informazioni sulle strutture territoriali e fornire un profilo dei malati. L’età media di insorgenza di queste patologie è tra i 15 e i 19 anni, ma si sta abbassando. Non mancano inoltre anche adulti con questi problemi. E oggi ci sono sempre più maschi che si ammalano. Le stime parlano di un uomo ogni 4 donne. Un fenomeno che spesso si nasconde, perché ancora coperto da pregiudizi.

Un problema che ha un costo in vite altissimo. Approfondire caratteristiche legate all’età, al genere, alla diagnosi, al trattamento o al supporto psicologico, saranno dati preziosi. Il progetto, nato in collaborazione con il ministero della Salute, esperti regionali, società scientifiche e associazioni di settore, diventa ancora più importante in questo contesto di emergenza sanitaria.
Le comorbidità

Le comorbidità associate ai disturbi alimentari possono essere infatti fattori di rischio ulteriori per l’infezione se consideriamo anche che a causa dell’emergenza c’è una difficoltà a mantenere e incrementare l’offerta di trattamenti psicologici e psichiatrici. Per questo è necessario identificare questi disturbi e intervenire tempestivamente perché, se non adeguatamente trattati, aumentano il rischio di danni permanenti a carico di tutti gli organi e apparati dell’organismo. Nei casi più gravi, situazioni di questo tipo possono portare alla morte.
Inoltre i disturbi dell’alimentazione spesso coesistono anche con l’abuso di sostanze e presentano tratti psicologici e comportamentali simili, tra cui impulsività, la perdita di controllo e l’aumentato rischio di comportamenti autodistruttivi.

Nel Global burden of disease study-gbd 2013, l’anoressia e la bulimia nervosa sono la dodicesima causa di disabilità per le donne di età compresa tra i 15 e 19 anni in paesi ad alto reddito (in aumento anche nei paesi a medio e basso reddito). Eppure l’impatto di questi disturbi è sottostimato considerando che ad oggi, nonostante l’elevata prevalenza. Inoltre la pubblicazione non tiene conto del binge eating.
La docuserie Fme d’amore

Il disturbo del comportamento alimentare è uno dei disagi giovanili più diffusi e meno raccontati. Per parlarne Rai3 ha realizzato Fame d’Amore, un approfondimento in onda oggi in tarda serata. E’ una docuserie in quattro puntate, condotta da Francesca Fialdini e ambientata dentro due comunità all’avanguardia nella cura dei disturbi alimentari: Villa Miralago a Varese e Palazzo Francisci a Todi. Il filmato descrive le difficili fasi che attraversano i ragazzi e le loro famiglie, della lotta per uscire dalla malattia, dall’arrivo in comunità fino al ritorno alla vita di tutti i giorni. Un lungo percorso a ostacoli, in cui il cibo, il corpo e l’amore sono gli strumenti fondamentali per la rinascita.

(Valeria Pini)


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Cosa ci sta succedendo?

Una prima risposta a questa lecita domanda in tempo di quarantena ce la fornisce l’Ordine Nazionale degli Psicologi.

Il Consiglio nazionale dell’Ordine degli Psicologi ha infatti commissionato una ricerca che l’Istituto Piepoli ha completato in questi giorni. Dopo 6 settimane di lockdown, le conseguenze psicologiche sono evidenti: il 72% degli italiani soffre di crisi, le donne tra i 35 e i 55 anni sono le più colpite. I disturbi d’ansia sono in cima alla lista dei disturbi con il 42%, soprattutto si tratta di paura per la propria salute, per la sopravvivenza e per i propri cari. Secondo un’ampia meta-analisi prima del Covid, soffriva di ansia il 14% della popolazione in Europa. Attualmente, il 24% degli italiani intervistati lamenta disturbi del sonno, normalmente è il 7%.

La depressione, che in precedenza rappresentava il 6,9% ed era la seconda malattia più importante dopo i problemi cardiovascolari in Europa prima del Covid, è salita al 18% in Italia ed è diventata il disturbo più significativo oltre il Covid. Il 22% degli italiani lamenta molta irritabilità, il 14% descrive conflitti con partner e famiglia, il 10% disturbi alimentari. Solo il 28% è riconciliato con la vita in questa situazione di crisi.
 
Le circostanze che pesano di più sono la mancanza di contatti sociali per il 51%, il puro stress psicologico per il 31%, la mancanza di movimento all’aria aperta per il 27%, la mancanza di lavoro per il 20% e la convivenza forzata per il 9%.
Se ve ne fosse stato il bisogno, questo studio dimostra con tutta la forza dei numeri che stiamo vivendo un periodo estremamente impegnativo dal punto di vista psicologico, un momento storico dal quale inevitabilmente ne usciremo cambiati e, non necessariamente in meglio. In psicologia si usa infatti dire che nella vita non è quasi mai quello che ci succede a determinare un trauma, ma è quasi sempre come si è saputo reagire a quello che ci è successo a fare la differenza tra un trauma (e quindi una stagnazione o una regressione) ed una elaborazione (e quindi un’evoluzione). Il mio lavoro di psicoterapeuta non è quello di rassicurare le persone raccontando loro quello che si vogliono sentir dire (per quello ci sono i politici 🙂 il mio lavoro consiste nell’aiutare gli individui a guardare con occhi diversi quello che hanno d’intorno e quello che hanno dentro, così da poterli accompagnare in un nuovo mondo di pensieri ed emozioni, possibilmente più funzionale del precedente.
Non posso quindi (anche se vorrei) dire che “andrà tutto bene” perché davvero, non lo so se andrà tutto bene (qualunque cosa poi voglia dire). Posso però garantire che in ogni crisi c’è nascosta un’opportunità ed in ogni cambiamento c’è il germoglio di un potenziale miglioramento, a patto però di prendersi la briga di impegnarsi a cercarlo, di non cedere all’incanto dell’inedia e della autocommiserazione. Questi sono tempi bui, in cui solo chi troverà la forza di lavorare su sé potrà davvero uscirne migliore.
Auguro a tutti noi di trovare un motivo per combattere. Sempre.

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Psicofarmaci o Psicoterapia?

Nonostante la mia formazione umanista io sono un uomo di scienza; molto scettico per giunta. Anche prima di convincermi dell’efficacia della psicoterapia ho voluto studiare, comparare, provare e infine giungere alla conclusione che sì, la psicoterapia è un metodo efficace per agevolare il cambiamento e per risolvere il sintomo (almeno certi tipi di sintomi). Non si tratta di nulla di magico, è il rapporto tra due persone che si va costruendo ad essere determinate. Rapporto, tecnica e capacità di lettura situazionale e relazionale sono le chiavi che portano al cambiamento in psicoterapia. Non c’è niente di strano né di regalato, ogni cambiamento è comunque una conquista dell’individuo, che deve metterci Volontà  Costanza. Questi sono gli ingredienti senza i quali è inutile anche provare a farla una terapia, e certo, non ce li può mettere il terapeuta per il cliente (il terapeuta ci mette altro, tanto altro ma non questo).

In 15 anni di pratica clinica a Prato ho aiutato molte persone ad uscire dalla morsa gelida della depressione o a scendere dalla giostra impazzita dell’ansia, ho aiutato coppie in crisi a ritrovare un percorso da portare avanti nuovamente speranzosi e ho agevolato decine e decine di cambiamenti esistenziali, sempre e comunque partendo però da una decisa volontà dell’individuo di voler cambiare e riprendere in mano le redini della propria vita. Non esiste premio senza sforzo. Non è possibile raggiungere una meta senza fatica.

Purtroppo viviamo nel tempo del “tutto e subito”, ci hanno convinti che una pasticca può bastare a farci stare meglio, che con questa o quella pillola tutto si sistemerà. La realtà è invece che nulla sistema con la chimica. Certo, forse si leniscono i sintomi ma non certo le cause. Per sistemare quelle c’è da arricciarsi le maniche e cominciare a guardare in faccia la realtà, poi impegnarsi per cambiarla (quando possibile) o accettarla (quando non si può cambiare). Ed è una faticaccia, ma è l’unica fatica che ci consente di crescere, evolvere, cambiare.

La psicoterapia, quando è efficace, serve proprio a questo, ad aiutarci a guardare il demone negli occhi, a sfidarlo e vincerlo.


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La normalità in Psicologia

La normalità è un concetto astratto, ha a che vedere con la media, con le statistiche e con la frequenza. Io ho smesso di usarla, sia come concetto che come parola, perché non ci credo. Non credo esista una “normalità” a cui riferirsi, non credo alla conformazione degli individui e delle abitudini, non credo ai paragoni. Credo che questo cambiamento nella mia epistemolgia abbia molto giovato sia a me come persona che al mio lavoro.

Pensateci bene, solo 100 anni anni fa era normale mettere della morfina nello sciroppo per la tosse dei bambini, era normale vendere la cocaina in farmacia. Solo 50 anni fa era normale che i bambini facessero le sassaiole tra di loro, che giocassero con la polvere da sparo. Se non vogliamo spostarci nel tempo, ma nello spazio, in Arabia Saudita è normale condannare a morte un omosessuale, o in Iran è normale lapidare un’adultera. La normalità è insomma un concetto fortemente condizionato dal tempo e dallo spazio, è un concetto troppo variabile per essere di qualche utilità. Non credo sia neppure una meta suadente per chicchessia. Credo quindi che non dovremmo mai riferirci alla normalità come aspirazione clinica. 

Parliamo piuttosto di benessere e di rispetto, sia per sé stessi che per gli altri. Se poi quello che facciamo o pensiamo, ci fa stare bene e non nuoce a nessuno, chi se ne importa se non ci fa apparire come “normali”?

Viviamo in un tempo pericoloso, in cui il giudizio degli altri spesso resta ad imperitura memoria nella coscienza collettiva di internet, siamo tutti alla costante mercé dell’immotivata (e spesso crudele) opinione altrui e non c’è difesa se non quella di emanciparsi dall’incubo della media e cominciare a vivere consapevoli che di “normalità” ce ne sono tante quante persone popolano questo pianeta.


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Fibromialgia e psicoterapia

Dal 2006 in collaborazione con l’Associazione Toscana Malati Reumatici (A.T.MaR.) e l’Ospedale Misericordia e Dolce di Prato, sono il responsabile dello Sportello d’ascolto e sostegno psicologico per i pazienti del reparto di reumatologia che sentono di averne bisogno. In questi 11 anni ho ascoltato ed aiutato più di 500 persone, spesso impaurite dalla diagnosi ricevuta e bisognose di un aiuto per riformulare il loro stile di vita e la loro nuova quotidianità.

Tra malati di artrite reumatoide, sclerodermia, lupus o spondiloartrite, una particolare diagnosi ha preso sempre più campo, diventando, negli ultimi tempi la prima per frequenza a chiedere un aiuto anche psicologico: la fibromialgia. Questa patologia entrata nel novero delle malattie reumatiche ha come caratteristica principale una aumentata tensione nelle fibre muscolari e conseguentemente una diffusa dolorabilità a livello dei tendini e dei muscoli.

Per comprendere che cosa comporti questa malattia a livello di sintomi fisici basta che proviate a stringere il pugno con tutta forza che avete, bene, adesso mantenete questa tensione per paio minuti, il dolore che dopo pochi secondi comincerete a sentire è solo un piccolissimo assaggio di quello che un paziente fibromialgico prova in zone ben più vaste del proprio corpo. Spesso le pazienti fibromialgiche hanno difficoltà a svolgere le banali operazioni quotidiane come lavarsi o vestirsi. A questa diffusa e invalidante dolorabilità si associa molto spesso un abbassamento del tono dell’umore, un disturbo d’ansia generalizzato o entrambe queste sofferenze psicologiche.La terapia farmacologica “classica” consta di antinfiammatori e antilorofici, spesso associati ad antidepressivi.

Nella mia esperienza clinica ho visto come una terapia basata sull’insegnamento di tecniche di rilassamento, di riformulazione dei tempi e degli spazi privati e di attivazione delle risorse residue sia a livello di coppia che individuale porta, quasi sempre, a degli ottimi risultati. 

Ovviamente con la psicoterapia non si guarisce dalla fibromialgia (ad oggi niente porta ad una remissione completa della malattia) ma con una terapia mirata e collaudata si possono di molto ridurre i sintomi più fastidiosi e contemporaneamente riformulare un progetto di vita in modo tale da renderlo più realistico e gratificante, al netto della diagnosi reumatologica.


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Attacchi di Panico

Ripropongo in questo post l’intervista radiofonica che ebbi il piacere di fare con Radio Blu qualche tempo fa, l’argomento era quello dell’ansia e, più in particolare quello degli attacchi di panico.

Abbiamo il piacere di avere in linea con noi il dottor Cristiano Pacetti psicologo, consulente tecnico d’ufficio presso il tribunale di Prato e socio dello studio di psicologia per l’individuo e la famiglia.

Salve.

Oggi parleremo degli attacchi di panico, una patologia molto diffusa. Ci può spiegare di cosa si tratta, con semplici parole?

Certo. Gli attacchi di panico sono degli episodi di breve durata (infatti la loro durata media è di circa mezz’ora) in cui l’individuo si sente improvvisamente travolgere da una spaventosa sensazione di terrore, spesso legata all’urgenza di fuggire di fronte a particolari situazioni, dalle quali però sa di non potersi immediatamente allontanare. La sintomatologia è soprattutto organica ed assomiglia a quanto si può provare nelle prime fasi di un infarto, tanto che talvolta al presentarsi del primo attacco la persona chiede di essere portata all’ospedale.

E in quel caso che succede?

Niente. Accertato subito che non si tratta di un infarto o di altre patologie di natura medica, e riconosciuto il malessere come un disturbo a carattere psicosomatico, la persona viene rimandata a casa, solitamente con l’indicazione di stare tranquilla. Naturale però che tranquilla la persona non ci starà perché l’esperienza che ha vissuto la farà stare nella costante apprensione che possa ripresentarsi un altro attacco di panico. Perché i sintomi vissuti sono realmente terrorizzanti.

Quali sono questi sintomi?

La sintomatologia è molto varia e comprende: palpitazioni, sudorazione, tremori, dolore al petto, nausea, sensazione di sbandamento, svenimento, de realizzazione e cioè un senso di irrealtà, che non fa che aumentare il panico, de-personalizzazione, ovvero la sensazione di essere staccati da se stessi, quasi come se ci si stesse guardando dall’esterno. Sono quasi sempre presenti la Paura di morire o di stare impazzendo. Naturalmente non è detto che si presentino tutti assieme questi sintomi, ma ne bastano quattro di questi per poter parlare di attacco di panico.

Sembra un disturbo molto serio.

E per certi versi lo è. Una delle difficoltà maggiori che la persona che soffre di attacchi di panico ricorrenti ha è proprio quella di convincere gli altri della sua reale difficoltà. Spesso infatti quelli che ha d’introno tendono a minimizzare l’accaduto dicendo che se dalle analisi non risultano componenti organiche allora non c’è motivo per stare così male. Facendo intendere che, insomma, se sta così, la colpa è anche un po’ sua.

Ed è così?

No che non è così.

Ma se ne può uscire e se sì, come?

Certo che se può uscire. Gli attacchi di panico per quanto devastanti e frequenti sono comunque la manifestazione di un’ansia che pervade la persona. Questa ansia la si può combattere o con degli psicofarmaci (gli ansiolitici esistono per questo), che però sono dei sintomatici, agiscono cioè sulle manifestazioni del disturbo e non sulle cause. Oppure la si può affrontare con coraggio nel corso di una terapia psicologica.

Molti però non vanno in terapia per la paura che questa abbia una grande durata.

So che nell’immaginario comune la terapia è un processo lunghissimo e costosissimo, ma questo non è necessariamente vero. Dipende dall’approccio del terapeuta, e da cosa il paziente vuole. La nostra esperienza dimostra, che nel caso degli attacchi di panico un numero di dieci sedute può essere sufficiente a far scomparire il sintomo.