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La normalità in Psicologia

La normalità è un concetto astratto, ha a che vedere con la media, con le statistiche e con la frequenza. Io ho smesso di usarla, sia come concetto che come parola, perché non ci credo. Non credo esista una “normalità” a cui riferirsi, non credo alla conformazione degli individui e delle abitudini, non credo ai paragoni. Credo che questo cambiamento nella mia epistemolgia abbia molto giovato sia a me come persona che al mio lavoro.

Pensateci bene, solo 100 anni anni fa era normale mettere della morfina nello sciroppo per la tosse dei bambini, era normale vendere la cocaina in farmacia. Solo 50 anni fa era normale che i bambini facessero le sassaiole tra di loro, che giocassero con la polvere da sparo. Se non vogliamo spostarci nel tempo, ma nello spazio, in Arabia Saudita è normale condannare a morte un omosessuale, o in Iran è normale lapidare un’adultera. La normalità è insomma un concetto fortemente condizionato dal tempo e dallo spazio, è un concetto troppo variabile per essere di qualche utilità. Non credo sia neppure una meta suadente per chicchessia. Credo quindi che non dovremmo mai riferirci alla normalità come aspirazione clinica. 

Parliamo piuttosto di benessere e di rispetto, sia per sé stessi che per gli altri. Se poi quello che facciamo o pensiamo, ci fa stare bene e non nuoce a nessuno, chi se ne importa se non ci fa apparire come “normali”?

Viviamo in un tempo pericoloso, in cui il giudizio degli altri spesso resta ad imperitura memoria nella coscienza collettiva di internet, siamo tutti alla costante mercé dell’immotivata (e spesso crudele) opinione altrui e non c’è difesa se non quella di emanciparsi dall’incubo della media e cominciare a vivere consapevoli che di “normalità” ce ne sono tante quante persone popolano questo pianeta.


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Fibromialgia e psicoterapia

Dal 2006 in collaborazione con l’Associazione Toscana Malati Reumatici (A.T.MaR.) e l’Ospedale Misericordia e Dolce di Prato, sono il responsabile dello Sportello d’ascolto e sostegno psicologico per i pazienti del reparto di reumatologia che sentono di averne bisogno. In questi 11 anni ho ascoltato ed aiutato più di 500 persone, spesso impaurite dalla diagnosi ricevuta e bisognose di un aiuto per riformulare il loro stile di vita e la loro nuova quotidianità.

Tra malati di artrite reumatoide, sclerodermia, lupus o spondiloartrite, una particolare diagnosi ha preso sempre più campo, diventando, negli ultimi tempi la prima per frequenza a chiedere un aiuto anche psicologico: la fibromialgia. Questa patologia entrata nel novero delle malattie reumatiche ha come caratteristica principale una aumentata tensione nelle fibre muscolari e conseguentemente una diffusa dolorabilità a livello dei tendini e dei muscoli.

Per comprendere che cosa comporti questa malattia a livello di sintomi fisici basta che proviate a stringere il pugno con tutta forza che avete, bene, adesso mantenete questa tensione per paio minuti, il dolore che dopo pochi secondi comincerete a sentire è solo un piccolissimo assaggio di quello che un paziente fibromialgico prova in zone ben più vaste del proprio corpo. Spesso le pazienti fibromialgiche hanno difficoltà a svolgere le banali operazioni quotidiane come lavarsi o vestirsi. A questa diffusa e invalidante dolorabilità si associa molto spesso un abbassamento del tono dell’umore, un disturbo d’ansia generalizzato o entrambe queste sofferenze psicologiche.La terapia farmacologica “classica” consta di antinfiammatori e antilorofici, spesso associati ad antidepressivi.

Nella mia esperienza clinica ho visto come una terapia basata sull’insegnamento di tecniche di rilassamento, di riformulazione dei tempi e degli spazi privati e di attivazione delle risorse residue sia a livello di coppia che individuale porta, quasi sempre, a degli ottimi risultati. 

Ovviamente con la psicoterapia non si guarisce dalla fibromialgia (ad oggi niente porta ad una remissione completa della malattia) ma con una terapia mirata e collaudata si possono di molto ridurre i sintomi più fastidiosi e contemporaneamente riformulare un progetto di vita in modo tale da renderlo più realistico e gratificante, al netto della diagnosi reumatologica.


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Attacchi di Panico

Ripropongo in questo post l’intervista radiofonica che ebbi il piacere di fare con Radio Blu qualche tempo fa, l’argomento era quello dell’ansia e, più in particolare quello degli attacchi di panico.

Abbiamo il piacere di avere in linea con noi il dottor Cristiano Pacetti psicologo, consulente tecnico d’ufficio presso il tribunale di Prato e socio dello studio di psicologia per l’individuo e la famiglia.

Salve.

Oggi parleremo degli attacchi di panico, una patologia molto diffusa. Ci può spiegare di cosa si tratta, con semplici parole?

Certo. Gli attacchi di panico sono degli episodi di breve durata (infatti la loro durata media è di circa mezz’ora) in cui l’individuo si sente improvvisamente travolgere da una spaventosa sensazione di terrore, spesso legata all’urgenza di fuggire di fronte a particolari situazioni, dalle quali però sa di non potersi immediatamente allontanare. La sintomatologia è soprattutto organica ed assomiglia a quanto si può provare nelle prime fasi di un infarto, tanto che talvolta al presentarsi del primo attacco la persona chiede di essere portata all’ospedale.

E in quel caso che succede?

Niente. Accertato subito che non si tratta di un infarto o di altre patologie di natura medica, e riconosciuto il malessere come un disturbo a carattere psicosomatico, la persona viene rimandata a casa, solitamente con l’indicazione di stare tranquilla. Naturale però che tranquilla la persona non ci starà perché l’esperienza che ha vissuto la farà stare nella costante apprensione che possa ripresentarsi un altro attacco di panico. Perché i sintomi vissuti sono realmente terrorizzanti.

Quali sono questi sintomi?

La sintomatologia è molto varia e comprende: palpitazioni, sudorazione, tremori, dolore al petto, nausea, sensazione di sbandamento, svenimento, de realizzazione e cioè un senso di irrealtà, che non fa che aumentare il panico, de-personalizzazione, ovvero la sensazione di essere staccati da se stessi, quasi come se ci si stesse guardando dall’esterno. Sono quasi sempre presenti la Paura di morire o di stare impazzendo. Naturalmente non è detto che si presentino tutti assieme questi sintomi, ma ne bastano quattro di questi per poter parlare di attacco di panico.

Sembra un disturbo molto serio.

E per certi versi lo è. Una delle difficoltà maggiori che la persona che soffre di attacchi di panico ricorrenti ha è proprio quella di convincere gli altri della sua reale difficoltà. Spesso infatti quelli che ha d’introno tendono a minimizzare l’accaduto dicendo che se dalle analisi non risultano componenti organiche allora non c’è motivo per stare così male. Facendo intendere che, insomma, se sta così, la colpa è anche un po’ sua.

Ed è così?

No che non è così.

Ma se ne può uscire e se sì, come?

Certo che se può uscire. Gli attacchi di panico per quanto devastanti e frequenti sono comunque la manifestazione di un’ansia che pervade la persona. Questa ansia la si può combattere o con degli psicofarmaci (gli ansiolitici esistono per questo), che però sono dei sintomatici, agiscono cioè sulle manifestazioni del disturbo e non sulle cause. Oppure la si può affrontare con coraggio nel corso di una terapia psicologica.

Molti però non vanno in terapia per la paura che questa abbia una grande durata.

So che nell’immaginario comune la terapia è un processo lunghissimo e costosissimo, ma questo non è necessariamente vero. Dipende dall’approccio del terapeuta, e da cosa il paziente vuole. La nostra esperienza dimostra, che nel caso degli attacchi di panico un numero di dieci sedute può essere sufficiente a far scomparire il sintomo.


Piazza delle carceri

Psicologo a Prato

Fare lo psicologo a Prato significa non solo occuparsi della salute mentale delle persone che qui vivono ma anche essere consapevole del contesto sociale e culturale che questa città offre. Fare lo psicologo a Prato significa essere a conoscenza dei problemi che questa città si porta da anni sulle spalle, dalla crisi del distretto tessile alla enorme diffusione delle dipendenze, su tutte quella da gioco d’azzardo e quella da cocaina.

Nei 15 anni di lavoro come psicologo prima e come psicoterapeuta poi, sia all’interno delle istituzioni che come libero professionista ho avuto un punto di vista privilegiato sui problemi della città. Ho molte volte assistito alla tragedia della perdita del lavoro in età avanzata, aiutando le persone a reagire alla conseguente crisi depressiva e/o di ansia; ho potuto aiutare donne e uomini con una dipendenza da gioco d’azzardo, e aiutato famiglie i cui figli facevano uso di sostanze. Sono consapevole che seppur lentamente, forse troppo, questa città sta nel suo complesso, cercando di ricostruirsi una identità che non passi solo da quello che è stata ma anche e soprattutto da quello che sarà.

Fare lo psicologo a Prato significa non dimenticare quello che questa città è stata, conoscere quello che questa città è, e sopratutto lavorare per aiutare le persone a costruire quello che questa città sarà.


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Ciclo di Vita Familiare (prima parte)

Quelle descritte di seguito sono le fasi che un individuo (che ha la fortuna di vivere abbastanza a lungo), si trova a dover affrontare. Ovviamente le età alle quali ognuno di noi arriva ad una determinata fase variano sia a seconda della storia individuale che delle facilitazioni (o degli ostacoli) che via via, nel percorso dell’esistenza si è andati incontrando. Questa schematizzazione è molto importante ed utile perché è una mappa che può darci delle valide indicazioni sul periodo che stiamo vivendo, aiutandoci a fare luce sulle questioni che di volta in volta, in quel determinato momento dell’esistenza, ci si pongono davanti. Le fasi nella loro interezza sono sei, per comodità di lettura le dividerò in due articoli, sotto con le prime 3!

1) GIOVANE ADULTO: I sintomi più frequenti possono essere: inibizioni, problemi comportamentali e di condotta, accettazione del proprio corpo e della propria identità, disturbi alimentari, tossicomanie, disturbi psicosomatici, stati emotivi di carattere reattivo ed in generale comportamenti con un profondo significato di rottura o provocazione. E’ possibile leggere in molte delle manifestazioni sintomatiche più tipiche di questa fase una mirata funzione oppositiva e sfidante nei confronti delle figure di accudimento. Il giovane è teatro di forze opposte che insistono in lui: autonomia e indipendenza vs bisogno di appartenenza

La famiglia frequentemente si rivolge al terapeuta per risolvere problematiche di gestione del figlio oppure legate alla triangolazione.

2) SVINCOLO: Così come ogni altra fase anche questa è il prodotto della fase precedente, è quindi di fondamentale importanza la modalità con cui si è compiuto il processo d’individuazione. Una volta realizzata l’individuazione la persona mira ad avere stabilità, maggiore responsabilità e, se possibile, a creare una nuova famiglia. Bisogna ricordare che una “nuova” famiglia non è mai una nuova famiglia, in realtà è il risultato dell’incontro di due sistemi familiari preesistenti. Vengono quindi definiti i confini e le distanze con le famiglie d’appartenenza, vengono mediate regole e ruoli all’interno del nuovo sistema.

Le manifestazioni sintomatiche sono ancora legate ad una più o meno avvenuta individuazione e possono essere: psicosi nei figli, nei genitori se c’è stato un episodio precedente ma anche una varietà di disturbi di area nevrotica.

3) NASCITA DEL PRIMO FIGLIO: L’equilibrio del giovane sistema coppia si modifica e comincia a costruire i così detti vincoli indissolubili, si fortificano le basi del nuovo sistema familiare. Con la nascita del primo bambino, il sistema precedentemente diadico (a 2) si trasforma in un sistema a tre che non è mai strutturato secondo la formula 1+1+1 = 3 ma bensì 2+1 = 3.

Questo è un periodo caratterizzato da grande criticità, si possono riattivare nei padri tematiche filiari ed inerenti al proprio stile di attaccamento, mentre nella donna possono insorgere problematiche relative alla genitorialità. Spesso le madri sonno assolutamente assorbite dal loro ruolo genitoriale, tanto da sacrificare o trascurare la relazione coniugale, mentre i padri possono allontanarsi e rinunciare sia alla funzione di genitori che di coniugi. Si deve doverosamente ricordare che durante le ultime successioni generazionali il coinvolgimento della figura paterna nelle funzioni educative e di accudimento si è notevolmente intensificato, riconoscendo alla figura maschile un ruolo attivo nella crescita del proprio figlio. Le problematiche che la famiglia deve affrontare sono spesso legate al tradimento o all’abbandono del nucleo familiare da parte del padre che gradualmente diventa sempre più periferico.

Le tematiche di coppia costituiscono quindi la vera area di problematicità di questa fase, il sistema deve riorganizzarsi prontamente e far fronte comune ai cambiamenti prodotti dalla nascita del figlio nell’equilibrio familiare. Infatti, nell’uomo, come è già stato detto, la gravidanza della compagna può scatenare tematiche legate all’abbandono e al sentirsi trascurati. 

Altro fenomeno di particolare rilevanza è la depressione post partum che spesso rimanda a difficoltà ed inadeguatezza legate alla genitorialità. Solitamente in questo periodo del ciclo vitale riappaiono i membri della famiglia di origine, questo comporta nuove modalità di gestione ed una ridefinizione dei rapporti con essi. I confini familiari diventano più permeabili, questo può quindi riattivare vecchi conflitti sopiti.

…continua nel prossimo post!

 


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Ciclo di Vita Familiare (seconda parte)

4) ACCUDIMENTO DEI FIGLI: Questa è una fase molto lunga del ciclo vitale, per i figli si estende infatti fino al periodo del giovane adulto. Nella famiglia si sono ormai formati diversi sottosistemi: coppia, genitori, figli. E’ la fase della genitorialità, dove le figure di accudimento sono chiamate a gestire controllo ed autonomia nei confronti dei propri figli. I genitori devono confrontarsi e accordarsi tra di loro, i ruoli si strutturano e si stabilisce una sorta di equilibrio familiare.

I confini familiari estendono la loro permeabilità alle diverse agenzie educative, agli amici e a tutte le figure che in qualche modo influenzano i figli e la coppia. Inoltre questo è un periodo in cui si strutturano alleanze e triangolazioni tra i diversi componenti (quando si parla di “triangolazioni” ci si rifà sempre alla regola relazional-matematica del 2+1; ovvero si considera la possibilità che il figlio si allei o con la madre o col padre, o nella più sana delle ipotesi che sia la coppia genitoriale ad allearsi).

I genitori possono sviluppare sintomatologie legate alla tematica della genitorialità, dovendo stabilire il giusto equilibrio tra l’accudire ed il lasciare andare. Il sottosistema coniugale presenta generalmente un minore livello di difficoltà rispetto alla terza e alla quinta fase del ciclo vitale. Per quanto riguarda i figli si assiste ad una relativa stabilità, in genere è proprio durante questa fase che vengono gettate le basi e le diverse predisposizioni per i disturbi che esordiranno in età più avanzate. Questa è infatti una fase lunga, di assestamento, dove i problemi possono sedimentarsi lentamente.

5) ETA’ DI MEZZO: Uno degli elementi caratteristici di questa fase è lo svincolo dei figli, di conseguenza la coppia dovrebbe progressivamente ritrovarsi e riscoprirsi. Tale riavvicinamento potrebbe risultare particolarmente difficile se con il trascorrere del tempo i partner si sono allontanati in modo eccessivo. E’ evidente che se la coppia ha investito e sacrificato tutto il suo interesse e le sue risorse nella funzione genitoriale, al momento dello svincolo dei figli il sottosistema coniugale ne risulterà particolarmente impoverito. L’allontanamento dei figli può creare nei genitori solitudine e mettere in evidenza la fragilità della loro relazione. Parallelamente se i figli intraprendono la loro vita diventando autonomi, le famiglie di origine possono cominciare a lamentare le prime difficoltà della vecchiaia e chiedere aiuto. Da un punto di vista patologico i figli possono essere esposti all’insorgenza di psicosi, le problematiche sedimentate e trascurate durante gli anni precedenti potrebbero infatti tradursi in una mancata individuazione. I genitori sono invece più inclini a manifestare sintomatologie depressive, anche se la presenza di pregressi psicotici potrebbe riattivare alcuni scompensi di questo tipo. Vista comunque la necessità di riscoprire o rivitalizzare il nucleo coniugale le problematiche più frequenti in questa fase rimandano alla tematica della coppia.

A questo proposito si possono segnale due delle più frequenti sindromi ovvero:

– La sindrome del nido vuoto: quando la coppia non sa ritrovarsi, e, avendo esaurito il compito dell’accudimento della prole (in conseguenza dello svincolo del figlio) non sa più cosa fare, non ha più un progetto di vita e cerca, in ogni modo (conscio ed inconscio) di riappropriarsi dell’indipendenza del figlio.

– La sindrome del nido pieno: sempre più frequente, la si ha quando, la coppia “sana” si ritrova a dover fare i conti con un figlio ultratrentenne che non vuole (o non può) andare via di casa. Ovviamente questa situazione può essere molto più scomoda per i genitori (spesso trattati alla stregua di “tuttofare” che per il figlio ospite).

6) VECCHIAIA: L’ultima fase del ciclo vitale accompagnerà l’individuo fino alla morte. Le persone sentono il peso della loro vulnerabilità fisica e mentale, per molti è il senso di precarietà e fragilità che riveste gli ultimi momenti dell’esistenza, questo si riflette in un atteggiamento chiuso e rinunciatario che rende la vecchiaia un lento decadere. Anche le aspettative sociali intorno alla senilità rilanciano l’immagine di esseri umani ormai sterili ed improduttivi, un peso del quale si è obbligati ad occuparsi. Essere anziano per molte persone significa abbandonare progressivamente la propria autonomia e rinunciare ogni giorno ad un pezzo di potere sulla propria vita.

Il difficile (ma non impossibile) obiettivo per una vecchiaia serena e funzionale, è quello di non perdere la propria vitalità, anche se si tratta solamente di quella interiore, continuare a credere ed investire nella vita, magari nella giovane vita (rapporto con i nipoti).

I figli possono riscontrare difficoltà nell’accettazione della condizione dei propri genitori, distacco, abbandono o eccessivo coinvolgimento nelle problematiche senili. Nei genitori, oltre alla nutrita costellazione di patologie di ordine medico, possono insorgere numerose problematiche di carattere mentale: stati depressivi, ansia, accentuazione dei sintomi fisici , emergere di tratti dipendenti, angoscia di separazione, raramente stati deliranti.

Fino a qualche anno fa si pensava che la psicoterapia per le persone anziane fosse inutile, perché si credeva che la mente non avesse la necessaria plasticità a rimodellarsi attorno a pensieri e comportamenti più sani. In realtà la ricerca ha dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio che la psicoterapia in età avanzata può essere di grande aiuto per l’individuo intenzionato a farla.


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Disturbo dell’Erezione

Il disturbo dell’erezione è una delle realtà cliniche sessuali più diffuse ed allo stesso tempo trascurate nell’uomo. Come spesso accade l’aspetto fisiologico si incrocia con importanti elementi di tipo psicologico. Una recente ricerca sottolinea che più della metà (63%) degli uomini che richiedono una terapia per un disturbo dell’erezione hanno uno o più disturbi psicologici associati. Le sindromi più frequenti sono disturbo depressivo (25%), disturbo d’ansia (quasi il 12%), disturbo depressivo ansioso (7%), disturbi di personalità (6%), disturbo psicotico (4%) e il 10% rimanente con “altri disturbi”. Un dato particolarmente significativo, soprattutto dal punto di vista dell’intervento clinico, è che gli uomini che discutono del disturbo con il partner hanno sintomi depressivi meno gravi di chi è single. Riprenderò più tardi questo argomento. Ma torniamo alle caratteristiche salienti di questo disturbo. Alle volte problema di erezione è un problema con origine psicologica, per essere più precisi, un problema ad organizzazione psicofisiologica: in tutti i casi è un problema che porta ad intrecciare fortemente corpo e mente.

Sappiamo che la psiche è un insieme di processi superiori dell’organismo che influenza l’intera fisiologia. In questo senso anche il problema di erezione può essere inteso come una realtà di organizzazione psicofisiologica dell’organismo che viene mantenuto da pensieri, comportamenti e atteggiamenti che, nel tentativo di risolvere l’ansia legata alla prestazione, stanno in realtà peggiorando la situazione. Questo modello interpretativo e di intervento del disturbo erettile è oggi assai diffuso, esistono però molte altre variabili, soprattutto di ordine relazionale e di coppia che devono essere considerate. Esistono infatti per questo disturbo diverse cause psicologiche e non. La disfunzione erettile è spesso il prodotto di un intreccio di fattori, ognuno dei quali, preso singolarmente può essere più o meno importante nel determinare la sindrome in quel particolare individuo, ma che spesso produce la disfunzione agendo congiuntamente con gli altri. Sul piano psicologico troviamo un arco ininterrotto di cause che vanno da una superficiale prefigurazione di insuccesso fino a quella profonda psicopatologia in cui la risposta sessuale acquista un pericoloso significato simbolico a livello inconscio. Ciò che è importante rilevare è che in ogni caso sono dei fattori in grado di pregiudicare appunto nell’immediato le reazioni dell’individuo coinvolto in un comportamento sessuale, quali:

• Paura dell’insuccesso

Può essere basata su esperienze negative pregresse, su esagerata reattività ai normali cali di erezione durante i preliminari e il rapporto, eccessiva attenzione al piacere della partner che pregiudica l’abbandono necessario e l’ascolto delle proprie sensazioni, pretese di prestazioni da parte della partner, ecc.

• Spectatoring

Atteggiamenti di difesa involontari dalle sensazioni erotiche attraverso” comportamenti di auto-osservazione o pensieri critici ossessivi” (H. Kaplan), che rendono difficile o impossibile l’abbandono, il perdersi nell’esperienza sessuale e inficiano le normali reazioni sessuali a vari livelli. La persona si pone cioè al di fuori di sé come un osservatore e spesso giudice della propria performance.

• Difficoltà a produrre un comportamento sessuale efficace

Queste difficoltà possono basarsi sull’ignoranza delle dinamiche sessuali, causata talvolta dalla presenza di timori e sensi di colpa che ostacolano la sperimentazione e l’esplorazione della sessualità, e portano a produrre tecniche amatorie inadeguate e poco attente e sensibili.

Se timori e sensi di colpa predominano, la persona più o meno inconsapevolmente può cercare partners poco attraenti, cercare rapporti sessuali in circostanze sfavorevoli, impedire in vari modi alla partner di stimolarlo in modo efficace, distrarsi dall’ascolto e dall’assecondamento delle proprie sensazioni erotiche, far si che la mente venga assorbita da pensieri antierotici, ecc. É assolutamente evidente come cominci prefigurarsi un insieme di condizioni, sentimenti, boicottaggi più o meno espliciti che rimandano direttamente a dinamiche interpersonali e di coppia.

Introduco dunque alcune delle cause inerenti al rapporto di coppia:

Rifiuto della partner: tutte le cause che possono portare a un rifiuto della partner, spesso non riconosciuto, possono essere causa di difficoltà erettili. Quando un uomo prova non attrazione o addirittura repulsione per una donna, sul versante fisico o psicologico, riesce naturalmente molto difficile, se non impossibile, funzionare sessualmente. Se l’uomo non ne è consapevole o ha ragioni che lo portano a rifiutare questa consapevolezza, può ritenere di essere portatore di un disturbo che in realtà rappresenta solo una normale reazione fisiologica.

Proiezioni sulla partner : proiezioni di vissuti non derivanti dall’esperienza attuale dell’individuo ma da quella precedente con i genitori o con altre figure significative, che rendono difficile l’abbandono sessuale: ad es. l’immagine interna di una madre critica, autoritaria e punitiva rivissuta sulla partner, può sicuramente più fragile la funzionalità sessuale, ecc.

• Mancanza di fiducia nella partner

• Lotte di potere

Conflitti, ad esempio, legati a chi controlla e a chi comanda nella coppia, in cui il sesso può diventare uno strumento di lotta.

• Grandi aspettative consapevoli o inconsapevoli deluse

• Difficoltà nella comunicazione

Una relazione sessuale riuscita implica spesso la possibilità di essere in grado di comunicare con sufficiente chiarezza i propri bisogni, desideri, emozioni, ecc. ed ogni ostacolo nel fare questo può tradursi nella difficoltà a portare avanti adeguatamente la relazione ( H. Kaplan).

Alla fine di questo elenco e’ naturalmente bene precisare che queste sono solo le cause più importanti e di più frequente riscontro nella pratica clinica, ma che purtroppo non esauriscono certo tutte le cause possibili. Arriviamo infine agli aspetti terapeutici e di eventuale risoluzione del disturbo. L’intervento psicoterapeutico (integrato ad altre tipologie di intervento) non può certo prescindere dalla storia, dalle caratteristiche e dalle precedenti relazioni di ogni singolo individuo. Determinante sarà strutturare un processo terapeutico che sappia tener conto non soltanto dell’uomo “portatore” della difficoltà ma anche del suo contesto relazionale: il/la partner. Ovviamente non sempre è possibile agire congiuntamente ottenendo la partecipazione della coppia (a volte la coppia non c’è nemmeno), ritengo comunque che l’azione psicoterapeutica debba necessariamente sondare e fare emergere le difficoltà d’incontro, di scambio e di godimento reciproco che si celano dietro il disturbo sessuale in genere. In questo senso anche il disturbo dell’erezione (quando ha un origine psico-fisiologica) non può non rimandare ed essere affrontato come una difficoltà di stare e concedersi alla relazione con l’altro.

Tutto quanto scritto va comunque considerato una volta che si siano escluse cause di tipo organico, le quali, per agevolare anche il lavoro psicologico devono essere vagliate e prese in considerazione prima di qualunque altro fattore.

V’è infine un ultimo elemento che in questa breve trattazione voglio esporre e cioè l’uso di farmaci che, se da una parte aiutano innegabilmente il rapporto sessuale (e per alcuni sono assolutamente necessari, e parlo di certe condizioni cliniche); per altri si comportano alla stregua degli ansiolitici o degli antidepressivi, e cioè come dei farmaci che sì, risolvono il sintomo, ma lo fanno senza far interrogare la persona sulle cause reali e dunque senza spingerla ad una reale crescita.


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Tradimento

Nel suo ormai celebre saggio “Senex et puer” lo psicoanalista Hillman parla del tradimento e lo fa, come suo solito, introducendo elementi di grande interesse e novità, all’interno di un dibattito che fino a prima soleva stagnare sulla ricerca del “colpevole”. Per parlare di tradimento bisogna prima definire e capire che cosa è la fiducia, e per farlo Hillman ricorre a quella “fiducia primaria” cui ogni essere umano anela e che è “una situazione in cui si è protetti dal nostro inganno e dalla nostra stessa ambivalenza” . Hillman prosegue poi con una verità essenziale sulla fiducia e sul tradimento e cioè che l’uno contiene l’altro e che non è possibile avere fiducia senza la possibilità del tradimento. Il tradimento ci viene solo ed esclusivamente da quei rapporti in dove la fiducia primaria è possibile “noi possiamo essere veramente traditi solo quando ci fidiamo veramente […] più grandi sono l’amore, la lealtà, l’impegno, l’abbandono e maggiore è il tradimento”. Ne consegue che “la fiducia ha in sé il germe del tradimento” . Ma cosa succede quando si esperisce il tradimento? Cosa accade quando scopriamo che quella relazione a cui c’eravamo dati in totale abbandono, alla quale avevamo confessato cose inconfessabili a chiunque altro si trasforma in tradimento? Accade che l’oro è ridotto a feci e che perle che avevamo consegnato con tanto amore sono in realtà state consegnate ai porci. Accade che ci difendiamo distruggendo non solo quello che era (l’altro) ma anche quello che eravamo (noi stessi). Questa posizione è estremamente protettiva ma porta con sé un enorme pericolo che è quello dell’inganno perpetuato a nostro danno: non si vive una sofferenza autentica, ma “si tradisce se stessi per mancanza di coraggio di essere”. Piuttosto che soffrire dimentichiamo chi eravamo e cosa provavamo nei confronti di chi ci ha tradito. Così l’atteggiamento del cinico, del disilluso, trasformano le persone in qualcosa di diverso, di coartato di vendicativo, o di trattenuto di non vissuto. Ma allora, ci si può a questo punto domandare, che cosa si può fare quando si subisce un tradimento?

Hillman introduce allora il concetto di perdono: “dobbiamo subito dire che il perdono non è cosa facile […] il perdono ha significato solo quando l’Io non può dimenticare né perdonare” e continua: “Né la fiducia né il perdono possono essere compresi fino in fondo senza il tradimento”. E in questa frase che forse si compie il senso ultimo di questo saggio, Hillman infatti illumina il tradimento con una luce nuova e ci fa capire quanto possa essere fase essenziale nella vita di una coppia il capire e l’accettare il tradimento dell’altro (quando questo non è patologico o continuativo). Ci dice anche che mentre uno dovrebbe poter perdonare l’altro dovrebbe poter espiare: “espiazione è mantenere il comportamento silenzioso […] sebbene comprenda fino in fondo quello che ha fatto non lo spiega all’altro, e con ciò espia, cioè introietta l’accaduto.” Attraverso il dramma del tradimento può rinascere l’amore, perché: “dopo tutto, questo pieno riconoscimento dell’altro non è proprio amore?”


Terapia di coppia

Terapia di Coppia

Capita spesso che mi si chieda a che cosa serve la cosiddetta “terapia di coppia”, esistendo ancora la visione “miracolistica” del terapeuta che ricuce gli strappi e, come per magia, riesce a far ri-innamorare moglie e marito. In realtà le cose non stanno così ed il terapeuta non è il preparatore di un magico elisir, il terapeuta, in questo caso è molto più simile ad un “elettricista” che ad un mago, serve cioè a “far luce” ad illuminare e a fare un po’ più di chiarezza nella storia coniugale, aiutando i due a prendere una decisione.

“Dottore, è il caso di iniziare un percorso di coppia com mio marito?” In terapia di coppia si va quando nella coppia si sta male, quando non si sa se sia meglio andare avanti o dividersi, quando l’incertezza sui sentimenti che proviamo per l’altro mette a dura prova la convivenza quotidiana. La terapia di coppia si può definire un successo quando riesce a sbloccare una situazione di stallo; nel bene, facendo ripartire la coppia, attraverso l’acquisizione di una nuova consapevolezza e di un nuovo modo di stare assieme; nel “male” portando cioè alla decisione di separarsi. Solo nel caso in cui non si assista ad un cambiamento nella coppia e nella consapevolezza individuale dei due si può parlare di fallimento terapeutico. Il fallimento però nella terapia di coppia è abbastanza raro, perché quasi sempre, attraverso un percorso mirato, è possibile accendere una luce che serve a fare chiarezza nel rapporto e quindi a far sì che le persone prendano una decisione. Solitamente la terapia di coppia ha tempi molto diversi dalla terapia individuale, è più breve ed ha incontri più dilatati nel tempo. La terapia di coppia può essere un’utile risorsa anche nel caso di una separazione, può servire infatti a limitare i danni per i figli e a far sì che i protagonisti si facciano un po’ meno male.