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Attacchi di Panico

Ripropongo in questo post l’intervista radiofonica che ebbi il piacere di fare con Radio Blu qualche tempo fa, l’argomento era quello dell’ansia e, più in particolare quello degli attacchi di panico.

Abbiamo il piacere di avere in linea con noi il dottor Cristiano Pacetti psicologo, consulente tecnico d’ufficio presso il tribunale di Prato e socio dello studio di psicologia per l’individuo e la famiglia.

Salve.

Oggi parleremo degli attacchi di panico, una patologia molto diffusa. Ci può spiegare di cosa si tratta, con semplici parole?

Certo. Gli attacchi di panico sono degli episodi di breve durata (infatti la loro durata media è di circa mezz’ora) in cui l’individuo si sente improvvisamente travolgere da una spaventosa sensazione di terrore, spesso legata all’urgenza di fuggire di fronte a particolari situazioni, dalle quali però sa di non potersi immediatamente allontanare. La sintomatologia è soprattutto organica ed assomiglia a quanto si può provare nelle prime fasi di un infarto, tanto che talvolta al presentarsi del primo attacco la persona chiede di essere portata all’ospedale.

E in quel caso che succede?

Niente. Accertato subito che non si tratta di un infarto o di altre patologie di natura medica, e riconosciuto il malessere come un disturbo a carattere psicosomatico, la persona viene rimandata a casa, solitamente con l’indicazione di stare tranquilla. Naturale però che tranquilla la persona non ci starà perché l’esperienza che ha vissuto la farà stare nella costante apprensione che possa ripresentarsi un altro attacco di panico. Perché i sintomi vissuti sono realmente terrorizzanti.

Quali sono questi sintomi?

La sintomatologia è molto varia e comprende: palpitazioni, sudorazione, tremori, dolore al petto, nausea, sensazione di sbandamento, svenimento, de realizzazione e cioè un senso di irrealtà, che non fa che aumentare il panico, de-personalizzazione, ovvero la sensazione di essere staccati da se stessi, quasi come se ci si stesse guardando dall’esterno. Sono quasi sempre presenti la Paura di morire o di stare impazzendo. Naturalmente non è detto che si presentino tutti assieme questi sintomi, ma ne bastano quattro di questi per poter parlare di attacco di panico.

Sembra un disturbo molto serio.

E per certi versi lo è. Una delle difficoltà maggiori che la persona che soffre di attacchi di panico ricorrenti ha è proprio quella di convincere gli altri della sua reale difficoltà. Spesso infatti quelli che ha d’introno tendono a minimizzare l’accaduto dicendo che se dalle analisi non risultano componenti organiche allora non c’è motivo per stare così male. Facendo intendere che, insomma, se sta così, la colpa è anche un po’ sua.

Ed è così?

No che non è così.

Ma se ne può uscire e se sì, come?

Certo che se può uscire. Gli attacchi di panico per quanto devastanti e frequenti sono comunque la manifestazione di un’ansia che pervade la persona. Questa ansia la si può combattere o con degli psicofarmaci (gli ansiolitici esistono per questo), che però sono dei sintomatici, agiscono cioè sulle manifestazioni del disturbo e non sulle cause. Oppure la si può affrontare con coraggio nel corso di una terapia psicologica.

Molti però non vanno in terapia per la paura che questa abbia una grande durata.

So che nell’immaginario comune la terapia è un processo lunghissimo e costosissimo, ma questo non è necessariamente vero. Dipende dall’approccio del terapeuta, e da cosa il paziente vuole. La nostra esperienza dimostra, che nel caso degli attacchi di panico un numero di dieci sedute può essere sufficiente a far scomparire il sintomo.


Piazza delle carceri

Psicologo a Prato

Fare lo psicologo a Prato significa non solo occuparsi della salute mentale delle persone che qui vivono ma anche essere consapevole del contesto sociale e culturale che questa città offre. Fare lo psicologo a Prato significa essere a conoscenza dei problemi che questa città si porta da anni sulle spalle, dalla crisi del distretto tessile alla enorme diffusione delle dipendenze, su tutte quella da gioco d’azzardo e quella da cocaina.

Nei 15 anni di lavoro come psicologo prima e come psicoterapeuta poi, sia all’interno delle istituzioni che come libero professionista ho avuto un punto di vista privilegiato sui problemi della città. Ho molte volte assistito alla tragedia della perdita del lavoro in età avanzata, aiutando le persone a reagire alla conseguente crisi depressiva e/o di ansia; ho potuto aiutare donne e uomini con una dipendenza da gioco d’azzardo, e aiutato famiglie i cui figli facevano uso di sostanze. Sono consapevole che seppur lentamente, forse troppo, questa città sta nel suo complesso, cercando di ricostruirsi una identità che non passi solo da quello che è stata ma anche e soprattutto da quello che sarà.

Fare lo psicologo a Prato significa non dimenticare quello che questa città è stata, conoscere quello che questa città è, e sopratutto lavorare per aiutare le persone a costruire quello che questa città sarà.


colite

Colite nervosa

Guarire dalla colite con le parole

“Dottore, da anni ormai soffro di una terribile colite che non solo mi provoca dolore ed imbarazzo, ma spesso mi costringe a rinunciare alle uscite sociali e lavorative che mi vengono proposte”

Questo è il riassunto di quanto spesso mi viene detto in studio da uomini e donne di tutte le età. I pazienti con una storia di colite arrivano, da me quasi sempre, dopo aver già consultato molti specialisti, dai gastroenterologi, ai dietisti, dal medico di base allo specialista; spesso hanno già fatto molti esami, dai quali non emerge però niente di strano o di anomalo. Semplicemente, il loro intestino potrebbe funzionare bene e senza dolore ma non lo fa. Queste persone, da tempo seguono quanto gli è già stato prescritto, con buona probabilità: una dieta con molta fibra, acqua ed il giusto esercizio fisico… ma niente, il dolore c’è, persiste e s’insinua nella quotidianità e li costringe ad imbarazzo e rinunce.

I colitici, in generale, non vengono volentieri dallo psicologo, la considerano l’extrema ratio, un rimedio che “Vabbé… le ho provate tutte, proviamo anche questa…”, così le prime sedute sono vissute con molto sospetto e pochissima fiducia. Poi arrivano i risultati, pance doloranti da decenni, che per la prima volta dopo tanto tempo concedono una tregua ai loro “proprietari”; e in quel momento, nel momento della guarigione, l’immancabile frase, “non ci credevo, eppure…”. Eppure basta considerare le recenti scoperte in materia di fisiologia che mostrano come nell’intestino umano vi sia una fitta rete di cellule molto simili ai neuroni che affollano il nostro sistema nervoso centrale; si pensa che nell’intestino queste cellule abbiano un ruolo nell’elaborazione delle emozioni e che conservino anche una specie di memoria.

Questo è un interessante articolo comparso sul Corriere della Sera che riporta una recente scoperta: Intestino: secondo cervello

Così la scienza ci dimostra quella che era già un acquisizione comune: tra cervello ed intestino v’è una profonda comunicazione a doppia via e la psicoterapia è una metodologia efficace per cercare di risolvere la colite di origine nervosa.


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Stress e Lavoro

Stress: una forma di linguaggio!

Cosa pensereste se vi dicessi che lo stress, per quanto spiacevole sia, rappresenti soltanto una delle svariate forme di comunicazione a disposizione dell’uomo?

Per spiegare questo concetto c’è bisogno di fare un passo indietro e partire da uno degli assiomi fondamentali della comunicazione umana, ovvero: “l’uomo non può non comunicare”. Questa sentenza così lapidaria ci ricorda che ogni nostro comportamento, azione e persino sintomo può e deve essere inscritto all’interno di una qualche relazione.

Se siete degli eremiti e passate la vostra esistenza nella solitudine più severa, forse avete sbagliato articolo. Tutto il resto degli individui che vive e lavora a contatto con propri simili può proseguire.

In funzione di quanto appena scritto ogni situazione che prevede la presenza di almeno due persone riconosce alla totalità delle nostre manifestazioni una funzione comunicativa. Di conseguenza, a prescindere dall’ambiente, dobbiamo concludere che se le persone condividono lo stesso spazio esse sono continuamente impegnate a comunicare. A pensarci bene la nostra vita è interamente scandita da contatti con l’altro. La famiglia, la coppia, la scuola, lo sport e, dulcis in fundo, il lavoro.

Certo, le forme d’espressione del nostro repertorio sono molteplici, più o meno efficaci e volontarie; così tutto quel corteo sintomatologico che accompagna lo stress lavorativo può assumere un significato per coloro che ci circondano. Sebbene possa apparire come un dramma tutto personale, lo stress sul lavoro nasce e si esprime prevalentemente in un luogo condiviso con l’altro (colleghi, clienti, superiori, ecc.). Di conseguenza gli altri, non solo contribuiscono attivamente al nostro stress, ma ad esso reagiscono e possono essere parte della sua soluzione.

Nella maggior parte dei casi chi lavora sotto la gogna dello stress non riesce ad interpretare e gestire le proprie difficoltà all’interno delle relazioni che vive, manca cioè di una visione più ampia e interconnessa all’altro. La tendenza più comune è quella di chiudersi nel proprio problema, ritenendo gli altri inadatti, insensibili, responsabili delle nostre sventure o incapaci di poterle risolvere. In definitiva ci escludiamo dalla possibilità di vedere il problema attraverso una prospettiva allargata, gli esperti direbbero sistemica, che faccia leva sugli aspetti relazionali dello stress. Le manovre di sterile irrigidimento e chiusura sono evidenti nei tipici processi mentali del lavoratore stressato. Si stabiliscono di fatto pensieri ricorsivi e senza via d’uscita che imprigionano il pensiero in uno schema tanto ripetitivo quanto inutile.

Il tipico esempio è quello di una persona (e ce ne sono molte) che vive il lavoro come una tortura insopportabile, consacrando l’intera giornata a pensare al momento in cui tornerà a casa per mettersi finalmente a riposo. Lavora al limite della sopportazione, costantemente sull’orlo di una crisi, vorrebbe risolvere il problema ma in realtà confida soltanto nel momento tanto atteso in cui tornerà a casa, come sempre sfinito, per gettarsi sul divano o sprofondare sul letto. In sostanza si è rassegnato a sopportare, non ad affrontare la situazione, si rimette passivamente alla fuga dal lavoro una volta arrivate le tanto agognate cinque del pomeriggio.

Finalmente torna a casa! Teso, traumatizzato da otto ore di calvario quotidiano, non gli sono rimaste energie neanche per salutare la moglie. L’abbonamento in palestra è scaduto ormai da mesi e gli amici hanno smesso da tempo di provare a coinvolgerlo. In effetti quando una persona torna da lavoro in condizioni tanto disastrate pensa soltanto a una cosa: riposare. Così lui ci prova a recuperare ma… strano, non ci riesce fino in fondo. C’è un pensiero ridondante e molesto che pare non abbandonarlo più: domani devo andare a lavoro…


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Battere l’ansia

Qualche anno fa giunse nel mio studio di Prato una signora di quarant’anni che, ormai da cinque non riusciva più ad uscire di casa se non per andare dai medici, che all’epoca frequentava in gran quantità alla ricerca di una diagnosi. Ogni volta, i dottori che la visitavano le dicevano che lei era perfettamente sana e che tutti i suoi problemi, dalla tachicardia all’insonnia, dal panico alle vertigini, erano di natura squisitamente psicologica. La signora, ovviamente, non voleva credere a questa realtà e di volta in volta, cambiava specialista. Finché un giorno, costretta dal marito, non si decise di andare a fare uno visita anche dallo psicologo. Quello psicologo ero io. La signora cominciò subito col dirmi che si trovava nel mio studio solo per fare un piacere al coniuge e che non aveva intenzione di credere che tutto il suo malessere fosse una sua invenzione. Io la rassicurai subito dicendole che qualunque cosa provasse, nel momento in cui la provava era indubitabilmente vera e che non avevo alcuna intenzione di dissuaderla dalle sue convinzioni; solo, se lei me lo avesse permesso, avrei provato a capire il perché del suo stare male.

Così cominciò a raccontarmi che i suoi sintomi si presentarono la prima volta mentre stava tornando a casa dal lavoro, mentre guidava, senza alcuna ragione, cominciò a sentire il cuore che batteva sempre più velocemente, il respiro le si faceva affannoso, le mani cominciarono a tremarle; dovette allora accostare e fermarsi, poi lì si lasciò andare al suo primo, devastante, attacco di panico. Telefonò all’allora suo fidanzato e questi corse per aiutarla, ma non poté fare molto, preoccupato l’accompagnò al Pronto Soccorso dell’Ospedale, pensando che la sua compagna avesse un infarto. Dopo qualche ora fu dimessa con la prescrizione di un ansiolitico e una diagnosi di crisi d’ansia.

La cosa peggiore fu che da quel giorno cominciò in lei a rodere il tarlo della paura. Fu così che definì quella sensazione di fragilità, quella costante “paura di avere paura” che ormai da cinque anni la accompagnava costringendola a continue rinunce e ad una vita da “arresti domiciliari”. In più la signora NON voleva credere che una cosa così grave ed invalidante fosse solo il frutto dei suoi pensieri, non poteva credere che fosse una cosa senza una causa organica. Io le dissi che, visto che ormai ne aveva provate tante, tanto valeva provare anche questa. Poi le spiegai che per quanto riguarda i disturbi d’ansia io ho un protocollo di dieci incontri, alla fine dei quali, se si è risolto il problema, bene; se non si è risolto ma ci sono stati dei miglioranti significativi, possiamo prenderci qualche altro incontro per finire il lavoro; se infine, ma questo capita solo nel 15% dei casi, non si avesse avuto, alla fine del protocollo alcun miglioramento, avremmo preso atto del fallimento e lei avrebbe potuto ricominciare a cercare altri specialisti, altri medici o, qualunque altra terapia le fosse mai venuto in mente di provare. Le dissi anche che nel mio particolare modo di lavorare le parole sono sì importanti, ma ancora più importanti sono le azioni e che dunque io le avrei dato di volta in volta dei compiti da svolgere. Lei acconsentì, tranquillizzata dalla durata relativamente breve del percorso e dal fatto che credessi alla sua sofferenza.

In studio conservo ancora la sua boccetta di ansiolitico che lei volle regalarmi alla fine dei nostri 10 incontri. Ho voluto raccontare questa storia perché so quanto è importante per chi vive il buio del panico sapere che una luce la si può accendere. Basta trovare l’interruttore.


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Ansia, panico e stress

La paura si nutre di paura, gli psicofarmaci sono un valido “tampone”, ma la psicoterapia è l’unico modo per tornare a vivere imparando a gestire l’ansia e sconfiggendo la paura, perché non è mai quello che ci succede ma è sempre come noi reagiamo a quello che ci capita a fare la differenza tra la salute e la patologia psichica.

I disturbi d’ansia, tra i quali si annoverano gli attacchi di panico, il disturbo d’ansia generalizzato e le fobie specifiche, sono condizioni esistenziali molto pesanti da sopportare perché spesso costringono la persona alla rinuncia. Honoré De Balzac definiva la rinuncia come “un suicidio quotidiano”, giorno dopo giorno si riduce il campo d’azione, la distanza di sicurezza da casa; giorno dopo giorno aumentano le situazioni percepite come pericolose, quelle che fanno paura. Giorno dopo giorno la persona si costruisce la sua prigione fatta di panico.

La psicoterapia si è dimostrata efficace oltre ogni ragionevole dubbio per la cura di queste patologie; garantendo in un arco di 10 incontri un sostanziale miglioramento della qualità di vita nella maggior parte dei casi.