Piazza delle carceri

Psicologo a Prato

Fare lo psicologo a Prato significa non solo occuparsi della salute mentale delle persone che qui vivono ma anche essere consapevole del contesto sociale e culturale che questa città offre. Fare lo psicologo a Prato significa essere a conoscenza dei problemi che questa città si porta da anni sulle spalle, dalla crisi del distretto tessile alla enorme diffusione delle dipendenze, su tutte quella da gioco d’azzardo e quella da cocaina.

Nei 15 anni di lavoro come psicologo prima e come psicoterapeuta poi, sia all’interno delle istituzioni che come libero professionista ho avuto un punto di vista privilegiato sui problemi della città. Ho molte volte assistito alla tragedia della perdita del lavoro in età avanzata, aiutando le persone a reagire alla conseguente crisi depressiva e/o di ansia; ho potuto aiutare donne e uomini con una dipendenza da gioco d’azzardo, e aiutato famiglie i cui figli facevano uso di sostanze. Sono consapevole che seppur lentamente, forse troppo, questa città sta nel suo complesso, cercando di ricostruirsi una identità che non passi solo da quello che è stata ma anche e soprattutto da quello che sarà.

Fare lo psicologo a Prato significa non dimenticare quello che questa città è stata, conoscere quello che questa città è, e sopratutto lavorare per aiutare le persone a costruire quello che questa città sarà.


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Gioco d’Azzardo Patologico (GAP)

Nel 2005 assieme all’allora CSP (Centro di Solidarietà di Prato) aprimmo il primo sportello toscano per il Gioco d’azzardo patologico (o GAP). Da allora non so che fine abbia fatto quello sportello, lo abbandonai due anni dopo perché nonostante l’impegno, l’istituzione di un numero verde e il coinvolgimento di altre figure professionali, (quali avvocati e commercialisti) non riuscimmo a farlo decollare. Insomma nonostante i nostri sforzi e nonostante il clamore che l’iniziativa ebbe, non ci fu un numero sufficiente di utenti tali da giustificare l’impegno profuso. Col senno di poi posso dire che poco fu sbagliato e che non vi furono grosse mancanze (se non l’ovvio difetto di esperienza). Ciò che ricordo con maggiore preoccupazione però fu l’atteggiamento verso di noi che i gestori di locali di scommesse ebbero; alcuni ci impedirono perfino di parlare con loro per proporgli di lasciare in loco qualche volantino. A distanza di 11 anni la situazione del GAP in Italia è peggiorata esponenzialmente, ci troviamo davanti ad un fenomeno in fortissima ascesa e che è tanto più pericoloso tanto più se ne sottostima la gravità e la portata. I giocatori d’azzardo non si sentono dei “dipendenti” e anche gli stessi familiari stentano a riconoscere il problema nel congiunto. Spesso il contatto con il reale, la presa di coscienza, avviene quando ormai è troppo tardi; quando il marito, la moglie, il padre, hanno dilapidato il patrimonio della famiglia. A questo proposito ricordo una signora (una delle poche che ci contattò) che nel giro di 10 anni, col lotto (l’innocente lotto) si era “bruciata” gli 8 appartamenti, che il padre le aveva lasciato in eredità.

Sarebbe allora bene cominciare a fare un po’ di chiarezza sull’argomento, sarebbe buona cosa che le istituzioni cominciassero a rendere pubblici dati incontrovertibili sulla dipendenza che il gioco in certe personalità crea. E invece tutto quello che abbiamo è la patetica dicitura “gioca senza esagerare” come se, fosse possibile dire ad un drogato, “drogati, ma fallo con moderazione”. MA, la domanda più rognosa rimane la seguente: come può uno Stato, che vede proprio nel gioco una delle sue prime fonti d’incasso con 8 MILIARDI di euro di entrate nel 2014? Evidentemente non può, visto quello che finora ha fatto (praticamente nulla, se non spingere sempre di più al gioco compulsivo).

Uscire dal GAP è possibile anche se molto difficile, richiede il coinvolgimento di tutta la famiglia, spesso anche un supporto farmacologico. Richiede che il “sistema” si attivi è che finalmente riesca a vedere il gioco d’azzardo patologico per quello che è: una dipendenza al pari di quelle da sostanze psicoattive.


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Gli effetti della Cannabis

E’ vero, per intossicazione da marijuana o hashish non è mai morto nessuno. È vero anche che la pianta della canapa ha una miriade di utilizzi, i quali se venissero attuati su scala industriale, abbasserebbero di molto l’inquinamento dovuto al petrolio e ai suoi derivati. Credo anche nella demonizzazione che ne è stata fatta ad opera di chi, dal petrolio aveva da guadagnare.

Ma assolutamente non credo alla sua innocuità quando usata come droga. La diffusione di queste droghe tra i giovani e giovanissimi in Italia è cosa risaputa, si stima che 3 ragazzi su 5 entro i 18 anni l’abbiano provata almeno una volta (e l’Italia, nella classifica del consumo di cannabis, detiene addirittura il record in Europa: è prima insieme alla Spagna, con l’11,2% della popolazione tra i 15 e i 64 anni che ne fa uso).

Gli effetti sulla psiche umana nell’immediato sono ben conosciuti e studiati: Il THC si lega nel cervello ai recettori per l’anandamide, una sostanza organica; questi recettori si trovano nel cervello, nel cervelletto ed in alcuni nuclei del mesencefalo. Queste strutture partecipano ai processi di percezione e riconoscimento, alla memoria, allo stato d’animo e a funzioni intellettive e motorie superiori. Si capisce pertanto come mai il consumo di Marijuana si ripercuota negativamente e in modo dannoso proprio su queste funzioni alterandole. La piacevole sensazione di euforia, di distacco dalle cose quotidiane, il senso di leggerezza che la “canna” da a chi la fuma sono indubbi (a meno che non si verifichi un attacco di panico ad insorgenza indotta proprio dal THC). Così come è indubbia la tendenza ad abusarne di molte delle persone che ne fanno uso. Questo breve scritto quindi non vuole essere una demonizzazione della pratica del fumare cannabis, ma vorrebbe essere un monito per chi consuma questa droga. Anni fa si credeva e si diceva che la cannabis era la porta d’accesso alle droghe pesanti e si commentava questo in modo estremamente stupido, asserendo che il 90% degli eroinomani era prima passato dagli spinelli (che è esattamente come dire che il 90% dei piloti di jet ha anche la patente per la macchina). Così campagne su campagne che certo non hanno colpito il bersaglio perché colme di bugie e di esagerazioni. Oggi un dato è certo e cioè che come di qualunque altra sostanza l’abuso di cannabinoidi ha pesanti ripercussioni sulla vita mentale e, prima ancora, sociale di chi ne fa uso, porta alla slatentizzazione di tratti di personalità paranoici può accelerare l’insorgenza della schizofrenia (in chi è predisposto); ed in generale rallenta le capacità cognitive e compromette le capacità di analisi situazionale.

Infine l’abuso di cannabis non permette alla persona che ne fa uso protratto di relazionarsi alla REALTA’ essendo comunque il suo mondo diverso da quello degli altri. L’adolescente che fuma tre, quattro, sei spinelli al giorno, vive in una dimensione che è tutta sua, che spesso non conosce ansia o rabbia, vive in un mondo piacevole dove gli “spigoli” sono tutti limati. Perdendo quanto di “brutto” c’è però perde anche tutto quello che di bello la vita ha da offrire, si protegge insomma dagli schiaffi ma anche dalle carezze, dagli abbracci, dai successi, dalle paure che servono a creare e formare un individuo equilibrato e capace di risolvere i problemi che inevitabilmente la vita ci mette davanti.

Così forse il rischio più grande che la cannabis fa correre ai suoi assidui consumatori è quello di costringerli ad una vita incompleta, dando le redini dell’esistenza non in mano al soggetto (persona), ma all’oggetto (droga).


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Gli effetti della Cocaina

La cocaina è un alcaloide. Ma non credo che questa delucidazione serva. La cocaina è una droga. Ed è una droga maledettamente “cattiva”, perché a differenza dell’eroina non stigmatizza chi ne fa uso e a differenza degli allucinogeni non esige che il consumatore smetta di fare quello che sta facendo. La cocaina è una droga cattiva perché fa credere a chi la consuma che non è un drogato, ma che anzi è una persona iperattiva, piena d’energia e ben calata nella società contemporanea, magari anche un uomo di successo, non come quei “reietti” che si bucano o come quei “fulminati” che calano. Non ci vogliono aghi per la cocaina, non ci sono segni evidenti, la si tira su col naso, o la si fuma. Sembra normale farlo, e sembra, e questo è l’inganno di questa droga, che non ci siano particolari controindicazioni, che, tutto sommato, i benefici siano più dei costi, che fisicamente non lasci particolari segni. Poi “tiravano e tirano ” personaggi di successo del mondo della finanza, dello sport, dello spettacolo, e se lo fanno loro…

Fra qualche anno scoppierà una delle più grandi emergenza sanitarie che l’umanità abbia mai conosciuto, e sarà un emergenza sottesa che non avrà il clamore di un’epidemia di influenza o di un virus letale, ma ci coglierà ugualmente del tutto impreparati. Tra qualche anno (al massimo una quindicina) tutti quei ragazzi che oggi abusano di cocaina e che lo fanno con la stessa naturalezza con cui si può bere un caffè, saranno adulti e soffriranno delle innumerevoli conseguenze che l’uso della polvere bianca porta meschinamente con sé. Infatti, se saranno sopravvissuti al rischio d’infarto, di ictus, o di incidente stradale, avremo delle persone profondamente diverse, modificate nei loro tratti di personalità solitamente nella direzione paranoica. La cocaina, bloccando il riassorbimento della noradrenalina e della dopamina (due neurotrasmettitori) fa sì che il funzionamento normale del cervello si blocchi e che compaiano (sul lungo periodo) un ventaglio di disturbi spesso indistinguibile dalla psicosi, e per i quali non ci sono rimedi che possano riportare la persona allo stato pre-sintomi. Inoltre l’uso prolungato della sostanza fa sì che il soggetto che ne ha fatto uso non sia più in grado di provare piacere senza di essa in quanto la cocaina agisce proprio su questo circuito, rendendo la normale quantità di neurotrasmettitori che regolano il piacere non percepibile.

L’unica soluzione che abbiamo è quella di non arrivare a questo. Smettere prima che sia troppo tardi, con l’aiuto di chi (famiglia, psicoterapeuti e psichiatri) può farlo.