colite

Colite nervosa

Guarire dalla colite con le parole

“Dottore, da anni ormai soffro di una terribile colite che non solo mi provoca dolore ed imbarazzo, ma spesso mi costringe a rinunciare alle uscite sociali e lavorative che mi vengono proposte”

Questo è il riassunto di quanto spesso mi viene detto in studio da uomini e donne di tutte le età. I pazienti con una storia di colite arrivano, da me quasi sempre, dopo aver già consultato molti specialisti, dai gastroenterologi, ai dietisti, dal medico di base allo specialista; spesso hanno già fatto molti esami, dai quali non emerge però niente di strano o di anomalo. Semplicemente, il loro intestino potrebbe funzionare bene e senza dolore ma non lo fa. Queste persone, da tempo seguono quanto gli è già stato prescritto, con buona probabilità: una dieta con molta fibra, acqua ed il giusto esercizio fisico… ma niente, il dolore c’è, persiste e s’insinua nella quotidianità e li costringe ad imbarazzo e rinunce.

I colitici, in generale, non vengono volentieri dallo psicologo, la considerano l’extrema ratio, un rimedio che “Vabbé… le ho provate tutte, proviamo anche questa…”, così le prime sedute sono vissute con molto sospetto e pochissima fiducia. Poi arrivano i risultati, pance doloranti da decenni, che per la prima volta dopo tanto tempo concedono una tregua ai loro “proprietari”; e in quel momento, nel momento della guarigione, l’immancabile frase, “non ci credevo, eppure…”. Eppure basta considerare le recenti scoperte in materia di fisiologia che mostrano come nell’intestino umano vi sia una fitta rete di cellule molto simili ai neuroni che affollano il nostro sistema nervoso centrale; si pensa che nell’intestino queste cellule abbiano un ruolo nell’elaborazione delle emozioni e che conservino anche una specie di memoria.

Questo è un interessante articolo comparso sul Corriere della Sera che riporta una recente scoperta: Intestino: secondo cervello

Così la scienza ci dimostra quella che era già un acquisizione comune: tra cervello ed intestino v’è una profonda comunicazione a doppia via e la psicoterapia è una metodologia efficace per cercare di risolvere la colite di origine nervosa.


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Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC)

Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC per gli amici) colpisce, indistintamente per età e sesso, dal 2 al 3% della popolazione. Può infatti manifestarsi sia negli uomini sia nelle donne, indifferentemente, e può esordire nell’infanzia, nell’adolescenza o nella prima età adulta. L’età tipica in cui compare più frequentemente è tra i 6 e i 15 anni nei maschi e tra i 20 e i 29 nelle donne. I primi sintomi si manifestano nella maggior parte dei casi prima dei 25 anni (il 15% ha esordio intorno ai 10 anni) e in bassissima percentuale dopo i 40 anni. Se il disturbo ossessivo-compulsivo non viene curato, generalmente tende a cronicizzare e ad aggravarsi progressivamente.

Caratteristiche principali del disturbo sono pensieri, immagini o impulsi ricorrenti che creano allarme o paura e che costringono la persona a mettere in atto comportamenti ripetitivi o azioni mentali coatte. Come è facile intuire anche dal nome, il DOC è caratterizzato dalla presenza di ossessioni e compulsioni. Almeno l’80% dei pazienti con DOC ha sia ossessioni che compulsioni.

Le ossessioni: il termine deriva dal latino obsidere che significa bloccare, assediare, occupare e descrive chiaramente la condizione di chi è obbligato a compiere certi atti o di astenersi da altri pena un ansia insopportabile. Le ossessioni consistono in pensieri, immagini o impulsi che si presentano ripetutamente ed intrusivamente e sono quindi al di fuori del controllo di chi li sperimenta. Tali idee sono avvertite come disturbanti e intrusive e, almeno quando le persone non sono eccessivamente coinvolte in uno stato ansioso, sono giudicate come infondate ed insensate. Le persone con DOC possono preoccuparsi eccessivamente dello sporco e dei germi o dello stato d’ordine degli oggetti. Possono essere terrorizzate dalla paura di avere inavvertitamente fatto del male a qualcuno, di poter perdere il controllo di sé e diventare aggressive in certe situazioni, di aver contratto malattie infettive o di essere omosessuali, anche se solitamente sono capaci di riconoscere che tutto ciò non è realistico e credibile. Le ossessioni sono accompagnate da emozioni estremamente spiacevoli, come paura, disgusto, disagio, dubbi, o dalla sensazione di non aver fatto le cose nella corretta maniera, e gli innumerevoli sforzi per contrastarle non hanno successo, se non a breve termine.

Le compulsioni sono definite dalla clinica anche come rituali o cerimoniali e sono comportamenti ripetitivi (lavarsi le mani, riordinare, controllare) o azioni mentali (contare, pregare, ripetere formule mentalmente) messi in atto per eliminare o ridurre il senso di disagio e l’ansia provocati dai pensieri e dagli impulsi caratteristici delle ossessioni. Esse rappresentano un tentativo di evitamento del disagio, un mezzo per cercare di ottenere controllo sulla propria ansia. Generalmente le compulsioni che includono la pulizia, il lavaggio, il controllo, l’ordine, il conteggio, la ripetizione ed il collezionare progressivamente si trasformano in rigide regole di comportamento, spesso assumendo caratteristiche bizzarre e francamente eccessive.

Il DOC è solitamente curato attraverso una duplice terapia, sia farmacologica, con l’assunzione di ansiolitici, che cognitiva, attraverso un percorso psicoterapeutico che aiuti la persona ad abbandonare le sue ossessioni e compulsioni a favore di pensieri più tollerabili e di comportamenti non rituali.

Solitamente la causa del DOC la si può trovare nella difficoltà che la persona sperimenta nel gestire la normale casualità (il caos) che inevitabilmente attraversa la vita quotidiana di chiunque; questa sensazione terrorizza il soggetto che quindi (in modo inconsapevole) mette in moto una lunga serie di comportamenti volti al controllo dell’incontrollabile, in una sfida che può produrre una vana sensazione di padronanza sulla realtà esterna, destinata però a lasciare nuovamente (ed in breve tempo) di nuovo il campo all’ansia, in un andamento ciclico che non conosce altro che l’aggravarsi.


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Ipocondria e ipocondriaci

Possono essere definiti ipocondriaci quei soggetti che interpretano in maniera erronea dei segni fisici e delle sensazioni provenienti da vari organi e giungono così a convincersi di avere una grave malattia somatica. Così non è raro che le persone affette da questo disturbo si dedichino con estrema passione a lunghi pellegrinaggi da uno specialista all’altro, sottoponendosi a costosi e, a volte anche dolorosi, esami senza mai ricevere né una diagnosi precisa né una risposta rassicurante. Solo alla fine di un lungo viaggio fatto di ricerche, si sentono dire dal medico (l’ultimo della lunga lista, dal quale sono spesso arrivati con una valigetta di esami), che potrebbe trattarsi di un problema squisitamente psicologico…

Ma nella condizione ipocondriaca, questa affermazione NON rassicura perché è come se la persona avesse la paradossale necessità di sentirsi dire che è malata per poter tirare un sospiro di sollievo.

Ciò che risulta importante sottolineare è che non si tratta né di simulazione, né di menzogna da parte del soggetto il quale si trova effettivamente a soffrire un insieme di disagi che ne minacciano l’autonomia, le relazioni ed il lavoro. Molto frequentemente la persona trascorre il suo tempo in uno stato di allerta, sempre attenta a rilevare anche il più piccolo ed insignificante cambiamento corporeo, spesso interpretandolo, dopo lunghe e sofferte ruminazioni,come segni inequivocabili di patologia.

Se all’inizio dell’insorgenza di questa condizione di sofferenza la persona viene posta al centro della famiglia, coccolata e rassicurata, protetta ed accompagnata, dopo qualche mese, questa viene spesso dileggiata, e sopportata con malcelata rabbia. Ma l’ipocondriaco non abbandona la sua convinzione di malato con facilità, anzi in risposta alle frizioni familiari (o di coppia) si dedica alla ricerca su internet di nuovi quadri clinici che possano finalmente confermare la sua patologia. Così parte l’avventura verso un nuovo specialista e qui si svelerà di nuovo un altro aspetto paradossale e complicante dell’ipocondria. Cioè che al momento in cui il medico, credendo di rassicurare il proprio paziente, comunica che non c’è niente di cui preoccuparsi, il soggetto può sentirsi deluso e trascurato da chi dovrebbe aiutarlo a guarire.

È chiaro che la persona ipocondriaca è vittima di una sequenza circolare ed auto rinforzante di eventi che irrigidiscono la sua situazione e sembrano impedire una via d’uscita:

MI SENTO MALATO E MOLTO ANSIOSO perché NON CAPISCO COSA POSSA ESSERE → MI RIVOLGO AD UN MEDICO PERCHE’ POSSA AIUTARMI→ QUESTO INVECE AUMENTA I MIEI DUBBI E LA MIA SENSAZIONE DI IMPOTENZA E RABBIA→ I SINTOMI ANSIOSI SI ACUISCONO ASSIEME ALLA PERCEZIONE DI DEBOLEZZA E FRAGILITÀ… E IL CICLO SI RIAVVIA.

È ovvio che se questa sequenza di eventi non viene interrotta la persona difficilmente riuscirà da sola a risolvere le sue difficoltà Un intervento psicoterapeutico in questo caso aiuta innanzitutto a spostare il fuoco dell’attenzione dalle presunte cause organiche del sintomo alle dinamiche psicologiche e relazionali sottostanti. Anche se spesso il soggetto ipocondriaco arriva dallo psicoterapeuta quasi costretto dai familiari o dal coniuge e vive, inizialmente la relazione terapeutica come l’ennesima sfida, nel tentativo di dimostrare, anche al terapeuta, che lui è malato per “davvero”.

Dietro all’abnorme controllo che la persona cerca di esercitare sul proprio corpo e sulle sue reazioni si può celare la necessità di controllare e ricevere le attenzioni dalle persone che stanno più vicine al soggetto. Come ogni altro sintomo l’ipocondria ha un suo significato ed una sua funzione se collocato all’interno della storia del paziente e del contesto in cui vive. In molti casi la condizione di malato blocca il sia il soggetto che le persone che gli stanno attorno, magari “proteggendolo” da situazioni che non vorrebbe o non può affrontare.

La psicoterapia, seppur con tutte le limitazioni e le resistenze descritte, è a tutt’oggi l’unica possibilità che il soggetto ipocondriaco ha di uscire da circolo vizioso che lo costringe alla rinuncia ed alla sofferenza.