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Gli effetti della Cannabis

E’ vero, per intossicazione da marijuana o hashish non è mai morto nessuno. È vero anche che la pianta della canapa ha una miriade di utilizzi, i quali se venissero attuati su scala industriale, abbasserebbero di molto l’inquinamento dovuto al petrolio e ai suoi derivati. Credo anche nella demonizzazione che ne è stata fatta ad opera di chi, dal petrolio aveva da guadagnare.

Ma assolutamente non credo alla sua innocuità quando usata come droga. La diffusione di queste droghe tra i giovani e giovanissimi in Italia è cosa risaputa, si stima che 3 ragazzi su 5 entro i 18 anni l’abbiano provata almeno una volta (e l’Italia, nella classifica del consumo di cannabis, detiene addirittura il record in Europa: è prima insieme alla Spagna, con l’11,2% della popolazione tra i 15 e i 64 anni che ne fa uso).

Gli effetti sulla psiche umana nell’immediato sono ben conosciuti e studiati: Il THC si lega nel cervello ai recettori per l’anandamide, una sostanza organica; questi recettori si trovano nel cervello, nel cervelletto ed in alcuni nuclei del mesencefalo. Queste strutture partecipano ai processi di percezione e riconoscimento, alla memoria, allo stato d’animo e a funzioni intellettive e motorie superiori. Si capisce pertanto come mai il consumo di Marijuana si ripercuota negativamente e in modo dannoso proprio su queste funzioni alterandole. La piacevole sensazione di euforia, di distacco dalle cose quotidiane, il senso di leggerezza che la “canna” da a chi la fuma sono indubbi (a meno che non si verifichi un attacco di panico ad insorgenza indotta proprio dal THC). Così come è indubbia la tendenza ad abusarne di molte delle persone che ne fanno uso. Questo breve scritto quindi non vuole essere una demonizzazione della pratica del fumare cannabis, ma vorrebbe essere un monito per chi consuma questa droga. Anni fa si credeva e si diceva che la cannabis era la porta d’accesso alle droghe pesanti e si commentava questo in modo estremamente stupido, asserendo che il 90% degli eroinomani era prima passato dagli spinelli (che è esattamente come dire che il 90% dei piloti di jet ha anche la patente per la macchina). Così campagne su campagne che certo non hanno colpito il bersaglio perché colme di bugie e di esagerazioni. Oggi un dato è certo e cioè che come di qualunque altra sostanza l’abuso di cannabinoidi ha pesanti ripercussioni sulla vita mentale e, prima ancora, sociale di chi ne fa uso, porta alla slatentizzazione di tratti di personalità paranoici può accelerare l’insorgenza della schizofrenia (in chi è predisposto); ed in generale rallenta le capacità cognitive e compromette le capacità di analisi situazionale.

Infine l’abuso di cannabis non permette alla persona che ne fa uso protratto di relazionarsi alla REALTA’ essendo comunque il suo mondo diverso da quello degli altri. L’adolescente che fuma tre, quattro, sei spinelli al giorno, vive in una dimensione che è tutta sua, che spesso non conosce ansia o rabbia, vive in un mondo piacevole dove gli “spigoli” sono tutti limati. Perdendo quanto di “brutto” c’è però perde anche tutto quello che di bello la vita ha da offrire, si protegge insomma dagli schiaffi ma anche dalle carezze, dagli abbracci, dai successi, dalle paure che servono a creare e formare un individuo equilibrato e capace di risolvere i problemi che inevitabilmente la vita ci mette davanti.

Così forse il rischio più grande che la cannabis fa correre ai suoi assidui consumatori è quello di costringerli ad una vita incompleta, dando le redini dell’esistenza non in mano al soggetto (persona), ma all’oggetto (droga).


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Psicofarmaci

Ancora mi sorprendo quando in studio mi arrivano persone che da 30 anni (!) sono sotto cura psicofarmacologica. Persone che inghiottono dagli anni ’80 3 o 4 pasticche al giorno, per tenere sotto controllo l’ansia e per avere un umore migliore (almeno così sperano). Di fronte a queste perversioni mediche (perché di perversione, nell’accezione originale del termine, cioè “andare contro”) si tratta lo sconforto, inevitabilmente, mi assale. Rendere una persona schiava, dipendente da un farmaco non è quello che, io credo, dovrebbe fare un medico. E, guardate bene che non sto parlando di gravi casi di psicosi, ma di semplici nevrosi, spesso depressioni, nate da motivi specifici (crisi matrimoniali, o gravi lutti) che si sarebbero potute affrontare in molti modi diversi. Tra questi molti modi, purtroppo, c’è anche quello (facile) della sola prescrizione medicinale.

Personalmente credo che la medicina sia molto importante, in alcuni casi, probabilmente indispensabile, ma la medicina DEVE essere vista come un ausilio, come un aiuto per attraversare un momento di vita particolarmente critico, dopodiché si dovrebbe aiutare la persona a fatecela con le proprie gambe, ad elaborare ciò che gli è accaduto e ad aiutarlo a trovare soluzioni alternative. Rendere una persona dipendente da uno psicofarmaco, credo che sia quanto di più lontano possa esserci dal termine “cura” e quanto di più lontano possa esserci dallo svolgere la professione di medico.