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Battere l’ansia

Qualche anno fa giunse nel mio studio di Prato una signora di quarant’anni che, ormai da cinque non riusciva più ad uscire di casa se non per andare dai medici, che all’epoca frequentava in gran quantità alla ricerca di una diagnosi. Ogni volta, i dottori che la visitavano le dicevano che lei era perfettamente sana e che tutti i suoi problemi, dalla tachicardia all’insonnia, dal panico alle vertigini, erano di natura squisitamente psicologica. La signora, ovviamente, non voleva credere a questa realtà e di volta in volta, cambiava specialista. Finché un giorno, costretta dal marito, non si decise di andare a fare uno visita anche dallo psicologo. Quello psicologo ero io. La signora cominciò subito col dirmi che si trovava nel mio studio solo per fare un piacere al coniuge e che non aveva intenzione di credere che tutto il suo malessere fosse una sua invenzione. Io la rassicurai subito dicendole che qualunque cosa provasse, nel momento in cui la provava era indubitabilmente vera e che non avevo alcuna intenzione di dissuaderla dalle sue convinzioni; solo, se lei me lo avesse permesso, avrei provato a capire il perché del suo stare male.

Così cominciò a raccontarmi che i suoi sintomi si presentarono la prima volta mentre stava tornando a casa dal lavoro, mentre guidava, senza alcuna ragione, cominciò a sentire il cuore che batteva sempre più velocemente, il respiro le si faceva affannoso, le mani cominciarono a tremarle; dovette allora accostare e fermarsi, poi lì si lasciò andare al suo primo, devastante, attacco di panico. Telefonò all’allora suo fidanzato e questi corse per aiutarla, ma non poté fare molto, preoccupato l’accompagnò al Pronto Soccorso dell’Ospedale, pensando che la sua compagna avesse un infarto. Dopo qualche ora fu dimessa con la prescrizione di un ansiolitico e una diagnosi di crisi d’ansia.

La cosa peggiore fu che da quel giorno cominciò in lei a rodere il tarlo della paura. Fu così che definì quella sensazione di fragilità, quella costante “paura di avere paura” che ormai da cinque anni la accompagnava costringendola a continue rinunce e ad una vita da “arresti domiciliari”. In più la signora NON voleva credere che una cosa così grave ed invalidante fosse solo il frutto dei suoi pensieri, non poteva credere che fosse una cosa senza una causa organica. Io le dissi che, visto che ormai ne aveva provate tante, tanto valeva provare anche questa. Poi le spiegai che per quanto riguarda i disturbi d’ansia io ho un protocollo di dieci incontri, alla fine dei quali, se si è risolto il problema, bene; se non si è risolto ma ci sono stati dei miglioranti significativi, possiamo prenderci qualche altro incontro per finire il lavoro; se infine, ma questo capita solo nel 15% dei casi, non si avesse avuto, alla fine del protocollo alcun miglioramento, avremmo preso atto del fallimento e lei avrebbe potuto ricominciare a cercare altri specialisti, altri medici o, qualunque altra terapia le fosse mai venuto in mente di provare. Le dissi anche che nel mio particolare modo di lavorare le parole sono sì importanti, ma ancora più importanti sono le azioni e che dunque io le avrei dato di volta in volta dei compiti da svolgere. Lei acconsentì, tranquillizzata dalla durata relativamente breve del percorso e dal fatto che credessi alla sua sofferenza.

In studio conservo ancora la sua boccetta di ansiolitico che lei volle regalarmi alla fine dei nostri 10 incontri. Ho voluto raccontare questa storia perché so quanto è importante per chi vive il buio del panico sapere che una luce la si può accendere. Basta trovare l’interruttore.