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La scienza da prendere con le pinze

Sorgente: La scienza da prendere con le pinze

Riporto questo articolo perché credo si debba sempre di più, e sempre con maggior lena, impegnarsi per portare la Scienza all’interno del dibattito politico e sociale del nostro paese. Riuscire a capire che cosa sia un’anteprima, uno studio, un preprint è di fondamantale importanza se si vuole avere gli strumenti necessari per orientarsi in un mondo sempre più vittima di informazioni superficiali e mal gestite. Questo tema non riguarda solo quello che è successo in tempi recenti con la pandemia ed il suo racconto, riguarda più in generale la nostra vita ed il nostro modo di leggere la realtà. Il lavoro dello psicoterapeuta alla fine è quello di aiutare le persone a raggiungere un nuovo livello di consapevolezza, acché queste possano liberarsi da una condizione pre-esistente di sofferenza per approdare in una nuova, e più funzionale realtà. Ecco che allora il saper scegliere le fonti, avere gli strumenti necessari per cernire il vero dall’apocrifo è una condizione assolutamente necessaria per lavorare su di sé e sulla nostra costruzione della realtà percepita (e quindi vissuta).

Presto torneremo ad una condizione di semi-normalità, molte attività riprenderanno, anch’io mi sto organizzando per ricevere nuovamente i pazienti nel mio studio di psicologia a Prato, sarebbe meraviglioso se tutti, facessimo uno sforzo in più per capire che cosa è davvero necessario per proteggerci l’un l’altro aldilà della cieca paura e al di sopra del “sentito dire”.

(Cristiano Pacetti)

Di seguito l’articolo da l’Internazionale

Alcuni parlano di “caos”, altri di “ricetta per un disastro”, e non si riferiscono agli effetti sulla salute o sull’economia del covid-19, ma a uno strumento fondamentale per sconfiggere il virus: la scienza.

Dall’inizio della pandemia sono stati pubblicati migliaia di studi sul virus. “La comunità dei ricercatori si è mobilitata come non mai”, dice John Inglis, della casa editrice accademica Cold Spring Harbor Laboratory Press, con sede a New York.

Tuttavia nella corsa per imparare a conoscere il Sars-cov-2 – in un vortice di dichiarazioni di politici, articoli di giornalisti inesperti e valanghe d’interventi sui social network – è emersa un’altra pandemia, fatta di dicerie, teorie non verificate e falsità varie. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha descritto questa confusione divulgativa con il termine “infodemia”.

Ricerche in anteprima
A destare particolare allarme è il ruolo delle piattaforme che raccolgono i preprint (prestampa), studi con risultati preliminari non ancora verificati attraverso un processo di revisione indipendente. Questi siti erano nati dalle critiche nei confronti del modello tradizionale di revisione paritaria (peer review) e dalla possibilità di sfruttare le nuove opportunità offerte da internet.

Negli ultimi anni questo sistema alternativo di pubblicazione accademica è diventato sempre più importante e apprezzato, perché permette di diffondere più rapidamente le scoperte scientifiche. Nel contesto di un’emergenza sanitaria senza precedenti i preprint possono essere uno strumento molto utile. Il problema è che la pandemia ne ha evidenziato anche il principale difetto: attraverso gli archivi di preprint chiunque può pubblicare qualsiasi cosa senza quasi nessun controllo.

I siti di preprint permettono alle informazioni di “fluire direttamente dagli autori che propongono ipotesi scientifiche ai lettori che non hanno gli strumenti adatti per valutarle”, sottolinea Jonathan Kimmelman, specialista di etica biomedica dell’università McGill, in Canada.

John Ioannidis, dell’università di Stanford, spiega che le scienze naturali hanno adottato i siti di preprint più lentamente rispetto a quelle fisiche, anche perché nel loro caso la ricerca comporta spesso implicazioni per la salute. Tuttavia nel 2013 Inglis e i suoi colleghi hanno creato una piattaforma di preprint per le scienze biologiche, bioRxiv, e l’anno scorso ne hanno aperta una dedicata alla scienze mediche, medRxiv.

Nei primi otto mesi di attività, medRxiv ha pubblicato 1.100 studi. Poi è arrivata la pandemia. Negli ultimi due mesi sono stati aggiunti 3.700 studi, quasi tutti a proposito del Sars-cov-2 e della malattia che provoca, il covid-19. Oggi un sito combinato medRxiv/bioRxiv, dedicato al virus, contiene più di 2.700 articoli.

Il protocollo di un sito di preprint prevede che i ricercatori possano pubblicare le loro scoperte preliminari per permettere ai colleghi di commentarle. In una fase successiva lo studio viene corretto e proposto a una rivista specializzata o, se è il caso, viene ritirato. Secondo Inglis circa il 70 per cento dei preprint viene poi pubblicato nelle riviste scientifiche.

“Quando si combina la scienza con una simile risonanza sociale e mediatica si ottiene una miscela esplosiva che semina il caos”
In circostanze normali questo sistema può migliorare il processo della ricerca, spiega Stuart Ritchie, professore del King’s college di Londra e autore del libro in uscita Science fictions: exposing fraud, bias, negligence and hype in science. “In generale penso che il preprint sia un’innovazione apprezzabile, perché accelera il processo scientifico e consente un dibattito aperto sui dati, permettendo a tutti di avere accesso alle critiche e ai commenti fatti agli studi.

Ma le circostanze attuali sono tutt’altro che normali. Improvvisamente, dice Ritchie, una grande quantità di persone che normalmente non si interesserebbero ai preprint biomedici (e che non ne colgono necessariamente i limiti) ha cominciato a leggerli e a condividerli. Tra queste persone ci sono politici, funzionari, giornalisti, blogger, influencer, paladini antipandemia da salotto, agitatori politici e complottisti. “Quando si combina la scienza con una simile risonanza sociale e mediatica si ottiene una miscela esplosiva che semina il caos”, spiega Ioannidis.

Un altro problema è che persone parzialmente o totalmente prive di conoscenze biomediche stanno postando o commentando articoli . “Ci sono molti preprint pubblicati da autori che non hanno alcuna formazione scientifica o lavorano in ambiti completamente diversi da quello trattato”, sottolinea Ioannidis. “Molti si sono improvvisati epidemiologi dall’oggi al domani. È la ricetta per un disastro”.

Il lato positivo
Naturalmente la rapida diffusione di dati e ipotesi ha degli aspetti positivi. Quando il virus ha cominciato a circolare, per esempio, i siti di preprint hanno permesso di avere accesso ai dati preliminari provenienti da Wuhan e dall’area circostante, agevolando una prima comprensione del virus. “Non siamo nelle condizioni di poter aspettare i sei mesi solitamente necessari per la pubblicazione di uno studio scientifico”, spiega Ioannidis. “È il doppio del tempo dell’ondata epidemica in corso”.

“Nell’ultimo periodo abbiamo imparato moltissimo sul virus e sulla pandemia, con incredibile rapidità”, conferma Inglis. “I siti di preprint hanno permesso ai ricercatori di condividere le proprie scoperte quasi immediatamente, senza alcun costo e con ostacoli minimi, in un processo completamente aperto”.

Tuttavia molti ritengono che la moltiplicazione di ricerche non verificate comporti rischi eccessivi. “In determinate circostanze avere poche informazioni è peggio che non averne affatto”, sottolinea Kimmelman. “Ritengo che questo ragionamento sia valido nella situazione attuale”.

Questo esempio dimostra quando sia difficile, anche per un giornalista esperto, notare errori gravi in una ricerca
Il discusso antimalarico idrossiclorochina è un buon esempio delle conseguenze negative di questo sistema. Il 20 marzo è stato pubblicato un preprint su medRxiv (ora in fase di stampa sull’International Journal of Antimicrobial Agents) riguardo all’efficacia del farmaco contro il covid-19. Secondo Alfred Kim, della facoltà di medicina dell’università Washington di St.Louis, in Missouri, la sperimentazione era stata condotta in modo inadeguato e su un campione di appena venti persone. Tre giorni dopo è apparso su Zenodo un secondo preprint, in cui altri ricercatori elencavano i difetti metodologici della prima sperimentazione.

Ciononostante le conclusioni della primo preprint sono state diffuse e amplificate dai mezzi d’informazione, dai social network e da molti funzionari e politici, tra cui Donald Trump, che ha definito l’idrossiclorochina “un farmaco rivoluzionario”. A quel punto l’interesse dell’opinione pubblica è schizzato alle stelle. In seguito la situazione è ulteriormente peggiorata. Il 30 marzo, su medRxiv, è stato pubblicato un preprint che annunciava i risultati di un’altra sperimentazione limitata su 62 pazienti covid-positivi ricoverati in un ospedale di Wuhan con sintomi lievi o moderati. La ricerca sosteneva che le persone a cui era stata somministrata l’idrossiclorochina erano guarite più rapidamente.

Il giorno successivo il New York Times ha diffuso i risultati dello studio. L’articolo, scritto da un giornalista scientifico, precisava che la ricerca non era stata sottoposta al processo di revisione paritaria e sottolineava la necessità di effettuare ulteriori ricerche, ma includeva comunque le dichiarazioni entusiastiche di alcuni professionisti. “I medici intervistati per l’articolo lo hanno fatto sembrare credibile”, sottolinea Kimmelman.

Lo studio aveva diversi problemi metodologici. “Emergeva una chiara disparità tra ciò che avevano dichiarato di voler fare e ciò che avevano effettivamente presentato”, spiega Kimmelman, precisando che un revisore competente avrebbe individuato subito questo difetto, mentre una persona poco avvezza alla metodologia delle sperimentazioni cliniche difficilmente l’avrebbe colto. Questo esempio dimostra quando sia difficile, anche per un giornalista esperto, notare errori gravi in una ricerca. Secondo Kimmelman spesso perfino i medici non hanno le competenze per farlo.

Risolvere il problema
L’infodemia ha conseguenze concrete nel mondo reale. Nel caso dell’idrossiclorochina i medici ospedalieri hanno cominciato a somministrarla ai pazienti affetti da covid-19, e alcune persone l’hanno presa senza supervisione. Di conseguenza si è anche ridotta drasticamente la disponibilità per chi ne aveva bisogno per curare l’artrite reumatoide, e risorse scientifiche che sarebbe stato meglio impiegare in altri ambiti sono state incanalate verso la ricerca sul farmaco.

La responsabilità di questa confusione non può ricadere esclusivamente sui preprint. Il sito dedicato agli articoli preliminari sul covid-19 contiene un’avvertenza ben visibile per ricordare ai lettori che gli studi non dovrebbero essere usati per stabilire terapie né diffusi come informazioni accertate.

Tra l’altro i siti di preprint non sono l’unica fonte di conoscenze discutibili. Anche le riviste che seguono il metodo della revisione paritaria sono state accusate di aver pubblicato studi affrettati e di dubbia qualità durante la pandemia. È risaputo che il processo di pubblicazione accademica presenta diversi problemi, tra cui una tendenza a privilegiare i risultati positivi. In generale la revisione paritaria non offre la garanzia che le conclusioni di uno studio possano superare la prova del tempo ed essere replicate con successo.

Considerando i benefici dei siti di preprint, cosa si potrebbe fare per ridurne gli aspetti negativi? Inglis è convinto che la comunità scientifica stia già prendendo provvedimenti per accelerare il processo di controllo sugli articoli. Un esempio di questo sforzo sono alcuni progetti specifici, creati dall’ospedale Mount Sinai di New York e dall’università di Cambridge, per fornire una revisione paritaria informale e commenti di esperti. O il consorzio di editori del settore che sta cercando di snellire il processo di revisione paritaria sui preprint senza comprometterne la qualità. Secondo Ritchie gli articoli preliminari dovrebbero contenere una filigrana digitale per fugare ogni dubbio sulla provvisorietà della ricerca.

Anche se medRxiv sostiene che tutti i manoscritti sono sottoposti a un controllo di base per eliminare i contenuti non-scientifici e il materiale che potrebbe comportare rischi per la salute, è evidente che bisognerebbe fare di più per vagliare le ricerche prima che vengano diffuse ai quattro angoli del pianeta. In realtà parte della colpa va attribuita agli stessi scienziati, precisa Ritchie, soprattutto considerando il volume di studi di bassa qualità pubblicati dai ricercatori.

Molti scienziati sono poco inclini a discutere le proprie ricerche con i giornalisti prima che vengono sottoposte alla revisione paritaria, e questo non è necessariamente un bene, perché i giornalisti potrebbero comunque darne notizia, ma senza alcun consulto. In ogni caso i ricercatori che accettano di parlare con i mezzi d’informazione dovrebbero chiarire meglio la natura preliminare e i limiti del loro lavoro, aggiunge Ritchie.

Un altro problema sono gli esperti di un settore che decidono di sconfinare in altri ambiti. A marzo, per esempio, un ingegnere elettronico e un cardiologo hanno pubblicato un preprint in cui sostenevano che il Regno Unito avrebbe registrato soltanto 5.700 decessi dovuti al covid-19 (medRxiv). Diverse testate hanno diffuso quella stima. Attualmente il bilancio nel Regno Unito è di oltre 31mila decessi accertati.

Kimmelman è convinto che si tratti di un problema sociale più generale. “Penso che la questione vada inserita in un quadro più ampio che riguarda i flussi d’informazione nelle società contemporanee, soprattutto in merito alle competenze. Riscontriamo problemi simili nella politica e nella democrazia, con un’estrema abbondanza di notizie e tesi false. Se davvero vogliamo un processo di ricerca affidabile e un sistema sanitario efficiente dobbiamo affrontare il problema al più presto”.

(Graham Lawton)
(Traduzione di Andrea Sparacino)


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Cosa ci sta succedendo?

Una prima risposta a questa lecita domanda in tempo di quarantena ce la fornisce l’Ordine Nazionale degli Psicologi.

Il Consiglio nazionale dell’Ordine degli Psicologi ha infatti commissionato una ricerca che l’Istituto Piepoli ha completato in questi giorni. Dopo 6 settimane di lockdown, le conseguenze psicologiche sono evidenti: il 72% degli italiani soffre di crisi, le donne tra i 35 e i 55 anni sono le più colpite. I disturbi d’ansia sono in cima alla lista dei disturbi con il 42%, soprattutto si tratta di paura per la propria salute, per la sopravvivenza e per i propri cari. Secondo un’ampia meta-analisi prima del Covid, soffriva di ansia il 14% della popolazione in Europa. Attualmente, il 24% degli italiani intervistati lamenta disturbi del sonno, normalmente è il 7%.

La depressione, che in precedenza rappresentava il 6,9% ed era la seconda malattia più importante dopo i problemi cardiovascolari in Europa prima del Covid, è salita al 18% in Italia ed è diventata il disturbo più significativo oltre il Covid. Il 22% degli italiani lamenta molta irritabilità, il 14% descrive conflitti con partner e famiglia, il 10% disturbi alimentari. Solo il 28% è riconciliato con la vita in questa situazione di crisi.
 
Le circostanze che pesano di più sono la mancanza di contatti sociali per il 51%, il puro stress psicologico per il 31%, la mancanza di movimento all’aria aperta per il 27%, la mancanza di lavoro per il 20% e la convivenza forzata per il 9%.
Se ve ne fosse stato il bisogno, questo studio dimostra con tutta la forza dei numeri che stiamo vivendo un periodo estremamente impegnativo dal punto di vista psicologico, un momento storico dal quale inevitabilmente ne usciremo cambiati e, non necessariamente in meglio. In psicologia si usa infatti dire che nella vita non è quasi mai quello che ci succede a determinare un trauma, ma è quasi sempre come si è saputo reagire a quello che ci è successo a fare la differenza tra un trauma (e quindi una stagnazione o una regressione) ed una elaborazione (e quindi un’evoluzione). Il mio lavoro di psicoterapeuta non è quello di rassicurare le persone raccontando loro quello che si vogliono sentir dire (per quello ci sono i politici 🙂 il mio lavoro consiste nell’aiutare gli individui a guardare con occhi diversi quello che hanno d’intorno e quello che hanno dentro, così da poterli accompagnare in un nuovo mondo di pensieri ed emozioni, possibilmente più funzionale del precedente.
Non posso quindi (anche se vorrei) dire che “andrà tutto bene” perché davvero, non lo so se andrà tutto bene (qualunque cosa poi voglia dire). Posso però garantire che in ogni crisi c’è nascosta un’opportunità ed in ogni cambiamento c’è il germoglio di un potenziale miglioramento, a patto però di prendersi la briga di impegnarsi a cercarlo, di non cedere all’incanto dell’inedia e della autocommiserazione. Questi sono tempi bui, in cui solo chi troverà la forza di lavorare su sé potrà davvero uscirne migliore.
Auguro a tutti noi di trovare un motivo per combattere. Sempre.

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Stress e Lavoro

Stress: una forma di linguaggio!

Cosa pensereste se vi dicessi che lo stress, per quanto spiacevole sia, rappresenti soltanto una delle svariate forme di comunicazione a disposizione dell’uomo?

Per spiegare questo concetto c’è bisogno di fare un passo indietro e partire da uno degli assiomi fondamentali della comunicazione umana, ovvero: “l’uomo non può non comunicare”. Questa sentenza così lapidaria ci ricorda che ogni nostro comportamento, azione e persino sintomo può e deve essere inscritto all’interno di una qualche relazione.

Se siete degli eremiti e passate la vostra esistenza nella solitudine più severa, forse avete sbagliato articolo. Tutto il resto degli individui che vive e lavora a contatto con propri simili può proseguire.

In funzione di quanto appena scritto ogni situazione che prevede la presenza di almeno due persone riconosce alla totalità delle nostre manifestazioni una funzione comunicativa. Di conseguenza, a prescindere dall’ambiente, dobbiamo concludere che se le persone condividono lo stesso spazio esse sono continuamente impegnate a comunicare. A pensarci bene la nostra vita è interamente scandita da contatti con l’altro. La famiglia, la coppia, la scuola, lo sport e, dulcis in fundo, il lavoro.

Certo, le forme d’espressione del nostro repertorio sono molteplici, più o meno efficaci e volontarie; così tutto quel corteo sintomatologico che accompagna lo stress lavorativo può assumere un significato per coloro che ci circondano. Sebbene possa apparire come un dramma tutto personale, lo stress sul lavoro nasce e si esprime prevalentemente in un luogo condiviso con l’altro (colleghi, clienti, superiori, ecc.). Di conseguenza gli altri, non solo contribuiscono attivamente al nostro stress, ma ad esso reagiscono e possono essere parte della sua soluzione.

Nella maggior parte dei casi chi lavora sotto la gogna dello stress non riesce ad interpretare e gestire le proprie difficoltà all’interno delle relazioni che vive, manca cioè di una visione più ampia e interconnessa all’altro. La tendenza più comune è quella di chiudersi nel proprio problema, ritenendo gli altri inadatti, insensibili, responsabili delle nostre sventure o incapaci di poterle risolvere. In definitiva ci escludiamo dalla possibilità di vedere il problema attraverso una prospettiva allargata, gli esperti direbbero sistemica, che faccia leva sugli aspetti relazionali dello stress. Le manovre di sterile irrigidimento e chiusura sono evidenti nei tipici processi mentali del lavoratore stressato. Si stabiliscono di fatto pensieri ricorsivi e senza via d’uscita che imprigionano il pensiero in uno schema tanto ripetitivo quanto inutile.

Il tipico esempio è quello di una persona (e ce ne sono molte) che vive il lavoro come una tortura insopportabile, consacrando l’intera giornata a pensare al momento in cui tornerà a casa per mettersi finalmente a riposo. Lavora al limite della sopportazione, costantemente sull’orlo di una crisi, vorrebbe risolvere il problema ma in realtà confida soltanto nel momento tanto atteso in cui tornerà a casa, come sempre sfinito, per gettarsi sul divano o sprofondare sul letto. In sostanza si è rassegnato a sopportare, non ad affrontare la situazione, si rimette passivamente alla fuga dal lavoro una volta arrivate le tanto agognate cinque del pomeriggio.

Finalmente torna a casa! Teso, traumatizzato da otto ore di calvario quotidiano, non gli sono rimaste energie neanche per salutare la moglie. L’abbonamento in palestra è scaduto ormai da mesi e gli amici hanno smesso da tempo di provare a coinvolgerlo. In effetti quando una persona torna da lavoro in condizioni tanto disastrate pensa soltanto a una cosa: riposare. Così lui ci prova a recuperare ma… strano, non ci riesce fino in fondo. C’è un pensiero ridondante e molesto che pare non abbandonarlo più: domani devo andare a lavoro…


Woman biting fingernails

Ansia, panico e stress

La paura si nutre di paura, gli psicofarmaci sono un valido “tampone”, ma la psicoterapia è l’unico modo per tornare a vivere imparando a gestire l’ansia e sconfiggendo la paura, perché non è mai quello che ci succede ma è sempre come noi reagiamo a quello che ci capita a fare la differenza tra la salute e la patologia psichica.

I disturbi d’ansia, tra i quali si annoverano gli attacchi di panico, il disturbo d’ansia generalizzato e le fobie specifiche, sono condizioni esistenziali molto pesanti da sopportare perché spesso costringono la persona alla rinuncia. Honoré De Balzac definiva la rinuncia come “un suicidio quotidiano”, giorno dopo giorno si riduce il campo d’azione, la distanza di sicurezza da casa; giorno dopo giorno aumentano le situazioni percepite come pericolose, quelle che fanno paura. Giorno dopo giorno la persona si costruisce la sua prigione fatta di panico.

La psicoterapia si è dimostrata efficace oltre ogni ragionevole dubbio per la cura di queste patologie; garantendo in un arco di 10 incontri un sostanziale miglioramento della qualità di vita nella maggior parte dei casi.