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Psicofarmaci

Ancora mi sorprendo quando in studio mi arrivano persone che da 30 anni (!) sono sotto cura psicofarmacologica. Persone che inghiottono dagli anni ’80 3 o 4 pasticche al giorno, per tenere sotto controllo l’ansia e per avere un umore migliore (almeno così sperano). Di fronte a queste perversioni mediche (perché di perversione, nell’accezione originale del termine, cioè “andare contro”) si tratta lo sconforto, inevitabilmente, mi assale. Rendere una persona schiava, dipendente da un farmaco non è quello che, io credo, dovrebbe fare un medico. E, guardate bene che non sto parlando di gravi casi di psicosi, ma di semplici nevrosi, spesso depressioni, nate da motivi specifici (crisi matrimoniali, o gravi lutti) che si sarebbero potute affrontare in molti modi diversi. Tra questi molti modi, purtroppo, c’è anche quello (facile) della sola prescrizione medicinale.

Personalmente credo che la medicina sia molto importante, in alcuni casi, probabilmente indispensabile, ma la medicina DEVE essere vista come un ausilio, come un aiuto per attraversare un momento di vita particolarmente critico, dopodiché si dovrebbe aiutare la persona a fatecela con le proprie gambe, ad elaborare ciò che gli è accaduto e ad aiutarlo a trovare soluzioni alternative. Rendere una persona dipendente da uno psicofarmaco, credo che sia quanto di più lontano possa esserci dal termine “cura” e quanto di più lontano possa esserci dallo svolgere la professione di medico.


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Battere l’ansia

Qualche anno fa giunse nel mio studio di Prato una signora di quarant’anni che, ormai da cinque non riusciva più ad uscire di casa se non per andare dai medici, che all’epoca frequentava in gran quantità alla ricerca di una diagnosi. Ogni volta, i dottori che la visitavano le dicevano che lei era perfettamente sana e che tutti i suoi problemi, dalla tachicardia all’insonnia, dal panico alle vertigini, erano di natura squisitamente psicologica. La signora, ovviamente, non voleva credere a questa realtà e di volta in volta, cambiava specialista. Finché un giorno, costretta dal marito, non si decise di andare a fare uno visita anche dallo psicologo. Quello psicologo ero io. La signora cominciò subito col dirmi che si trovava nel mio studio solo per fare un piacere al coniuge e che non aveva intenzione di credere che tutto il suo malessere fosse una sua invenzione. Io la rassicurai subito dicendole che qualunque cosa provasse, nel momento in cui la provava era indubitabilmente vera e che non avevo alcuna intenzione di dissuaderla dalle sue convinzioni; solo, se lei me lo avesse permesso, avrei provato a capire il perché del suo stare male.

Così cominciò a raccontarmi che i suoi sintomi si presentarono la prima volta mentre stava tornando a casa dal lavoro, mentre guidava, senza alcuna ragione, cominciò a sentire il cuore che batteva sempre più velocemente, il respiro le si faceva affannoso, le mani cominciarono a tremarle; dovette allora accostare e fermarsi, poi lì si lasciò andare al suo primo, devastante, attacco di panico. Telefonò all’allora suo fidanzato e questi corse per aiutarla, ma non poté fare molto, preoccupato l’accompagnò al Pronto Soccorso dell’Ospedale, pensando che la sua compagna avesse un infarto. Dopo qualche ora fu dimessa con la prescrizione di un ansiolitico e una diagnosi di crisi d’ansia.

La cosa peggiore fu che da quel giorno cominciò in lei a rodere il tarlo della paura. Fu così che definì quella sensazione di fragilità, quella costante “paura di avere paura” che ormai da cinque anni la accompagnava costringendola a continue rinunce e ad una vita da “arresti domiciliari”. In più la signora NON voleva credere che una cosa così grave ed invalidante fosse solo il frutto dei suoi pensieri, non poteva credere che fosse una cosa senza una causa organica. Io le dissi che, visto che ormai ne aveva provate tante, tanto valeva provare anche questa. Poi le spiegai che per quanto riguarda i disturbi d’ansia io ho un protocollo di dieci incontri, alla fine dei quali, se si è risolto il problema, bene; se non si è risolto ma ci sono stati dei miglioranti significativi, possiamo prenderci qualche altro incontro per finire il lavoro; se infine, ma questo capita solo nel 15% dei casi, non si avesse avuto, alla fine del protocollo alcun miglioramento, avremmo preso atto del fallimento e lei avrebbe potuto ricominciare a cercare altri specialisti, altri medici o, qualunque altra terapia le fosse mai venuto in mente di provare. Le dissi anche che nel mio particolare modo di lavorare le parole sono sì importanti, ma ancora più importanti sono le azioni e che dunque io le avrei dato di volta in volta dei compiti da svolgere. Lei acconsentì, tranquillizzata dalla durata relativamente breve del percorso e dal fatto che credessi alla sua sofferenza.

In studio conservo ancora la sua boccetta di ansiolitico che lei volle regalarmi alla fine dei nostri 10 incontri. Ho voluto raccontare questa storia perché so quanto è importante per chi vive il buio del panico sapere che una luce la si può accendere. Basta trovare l’interruttore.


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Ansia, panico e stress

La paura si nutre di paura, gli psicofarmaci sono un valido “tampone”, ma la psicoterapia è l’unico modo per tornare a vivere imparando a gestire l’ansia e sconfiggendo la paura, perché non è mai quello che ci succede ma è sempre come noi reagiamo a quello che ci capita a fare la differenza tra la salute e la patologia psichica.

I disturbi d’ansia, tra i quali si annoverano gli attacchi di panico, il disturbo d’ansia generalizzato e le fobie specifiche, sono condizioni esistenziali molto pesanti da sopportare perché spesso costringono la persona alla rinuncia. Honoré De Balzac definiva la rinuncia come “un suicidio quotidiano”, giorno dopo giorno si riduce il campo d’azione, la distanza di sicurezza da casa; giorno dopo giorno aumentano le situazioni percepite come pericolose, quelle che fanno paura. Giorno dopo giorno la persona si costruisce la sua prigione fatta di panico.

La psicoterapia si è dimostrata efficace oltre ogni ragionevole dubbio per la cura di queste patologie; garantendo in un arco di 10 incontri un sostanziale miglioramento della qualità di vita nella maggior parte dei casi.