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Depressione, Psicofarmaci e Psicoterapia

Da una recente ricerca dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sul tema della salute mentale emergerebbe un dato sconfortante ovvero che tra il 20 ed il 30% dei cittadini occidentali soffra di una qualche forma di depressione. Eppure accanto al diffondersi di questa patologia, negli ultimi cinquanta anni si è assistito anche ad un rapido diffondersi della prescrizione e dell’uso degli psicofarmaci; che oggi si presentano nella loro quadruplice forma: gli IMAO ovvero gli inibitori delle monoamino ossidasi (I-MAO, IMAO); I Triciclici (TCA); gli SSRI ovvero “Selective Serotonin Reuptake Inhibitors” e cioè gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina ed infine gli SNRI acronimo inglese che sta per “inibitori della ricaptazione della serotonina-norepinefrina”.

Ora, queste quattro molecole, negli ultimi 8 anni, hanno avuto una crescita nella sola Italia del 114,2% (dato Censis). La domanda a questo punto nasce spontanea, ed è: “come è possibile che nonostante la (presunta) cura si diffonda così rapidamente, e con così tanto vigore anche la malattia?”

In altre parole, se gli psicofarmaci avessero un reale effetto, non dovremmo assistere ad una diminuzione dei casi di depressione anziché ad il suo aumento? Questa questione non è banale, e altrettanto non banale è la risposta.

Il primo passo per rispondere al quesito è cominciare a “contestualizzare” la depressione e muoversi fino a vedere questa diffusa patologia non come una malattia qualsiasi, ma come il frutto di qualcosa che non va; come una modalità reattiva di non-adattamento ad un accadimento traumatico. Infatti, perché si manifesti un disturbo depressivo, non è sufficiente il solo trauma, ma deve essere presente anche la non possibilità di elaborarlo, attraverso le parole e le relazioni. E’ in sintesi necessario sia TRAUMA che il SILENZIO.

La depressione non è una malattia dalla quale si può uscire con le sole pillole. Gli antidepressivi dovrebbero infatti essere usati come coadiuvanti di un processo di guarigione; usati da soli non servono a molto. Ecco perché al diffondersi dell’uso di psicofarmaci, spesso prescritti con facilità dal medico di base, non si assiste ad una diminuzione della presenza dei casi di depressione. Semplicemente perché non si può curare un disturbo relazionale con il solo silenzio di un blister.


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Artrite Reumatoide e Psicoterapia

Suggerimenti Generali, tratti da un manuale sull’artrite reumatoide:

  1. Pianificare le attività giornaliere: NON FARE LE COSE DI FRETTA
  2. Limitare i compiti superflui
  3. Lavorare in condizioni ottimali (evitando rumore o scarsa illuminazione)

Poi:

  1. Come impugnare un bicchiere
  2. Come pettinarsi
  3. Come sbucciare la frutta

etc etc…

Insomma, sembra proprio che l’artrite reumatoide presupponga un nuovo modo di vivere, di stare al mondo e di rapportarsi con questo. E’ quindi evidente che non è soltanto una malattia che ha pesantissime ricadute sul versante fisico ma è una patologia cronica ed invalidante che necessita una ristrutturazione a 360° della vita della persona.

Molto spesso (quasi sempre) infatti la sensazione della perdita della efficacia personale si associa ad una perdita di ruolo sociale ed ad una svalutazione della propria persona, secondo una spirale che potremmo semplicisticamente riassumere in questi passaggi:

Malattia invalidante -> Ridotta capacità di fare -> Cambio forzato di ruolo in famiglia e al lavoro -> Percezione di fallimento e di inefficacia.

A questo punto si aprono due strade molto diverse tra loro.

Primo percorso: l’individuo si chiude in sé stesso, la sua famiglia non lo capisce, non lo supporta, egli fatica a chiedere, sentendosi sempre più inutile e “vecchio”. Ci sono a questo punto molte possibilità che si strutturi una psicopatologia come una Depressione Maggiore.

Secondo percorso: l’individuo prende atto della sua nuova condizione, riesce ad esternare e condividere le sue emozioni negative ed il suo vissuto di lutto (in fondo a morire è l’immagine del sé efficiente che fino a quel punto l’ha accompagnato), ridisegna la sua vita e si concentra più sulle sue risorse residue che su ciò che ha perso.

A volte questo è possibile farlo da soli, altre volte è necessario un aiuto. A questo proposito vorrei ricordare il celeberrimo studio sull’efficacia della psicoterapia per i pazienti reumatici svolto da un gruppo di ricerca inglese guidato da L.Sharpe, psicologa dell’Università di Sidney, in cui si è valutato l’effetto che l’aggiunta della psicoterapia ha sulla qualità di vita del paziente con artrite reuamtoide.

I risultati dello studio condotto hanno poi valutato l’andamento della malattia come disabilità (quindi non come psicopatologia o sofferenza psichica); i dati, sorprendenti per chi ha una visione strettamente organistica della malattia, dimostrano che il 52% del gruppo in solo trattamento farmacologico, dopo 18 mesi era peggiorato, a fronte del 13% del gruppo con in più la psicoterapia. In quest’ultimo, i “molto migliorati” sono stati addirittura il 30%, contro il 10% del gruppo che ha usato solo farmaci.

Lo studio citato può indicare una risorsa terapeutica importante, che, alla lunga, visti i guadagni in termini di disabilità, può dimostrarsi meno costosa del solo trattamento farmacologico, con l’avvertenza che l’aggiunta del trattamento psicoterapeutico è molto più efficace se instaurata precocemente.


PSS

Lo Psicologo in azienda

Il Problem Solving Strategico in azienda è una complessa forma di intervento psicoterapico che prende le mosse dalla psicoterapia cognitiva orientata in senso Strategico.

Le strategie non sono frutto di un improvviso atto di creatività, ma sono basate sull’applicazione di un sistematico e rigoroso metodo di ricerca, attraverso una precisa logica (non ordinaria) di intervento che fanno si che rigore ed inventiva si complementino e si alimentino a vicenda, poiché come sosteneva G. Bateson “Il rigore da solo è morte per asfissia la creativa da sola è pura follia”.

Tale logica si differenzia dalle logiche tradizionali (ordinarie) per la sua caratteristica di mettere a punto il modello di intervento sulla base degli obiettivi prefissati e delle specifiche caratteristiche del problema affrontato, piuttosto che sulla base di una teoria precostituita.

In altri termini, si rinuncia a seguire ciecamente una qualsiasi prospettiva rigida che fornisca, in maniera deterministica, indicazioni su come procedere o pretenda di dare una descrizione aprioristica ed esaustiva dei fenomeni che si stanno studiando e sui quali si vuole intervenire.

“L’imperativo metodologico” infatti è: sono le soluzioni che spiegano i problemi e non le spiegazioni che guidano alle soluzioni. Pertanto la tecnologia del cambiamento si evolve sulla base della sua efficacia e non sulla base di teorie da provare, si osserva quindi il passaggio da una metodologia ipotetico–deduttiva a una costitutivo–deduttiva, ovvero: invece di conoscere per cambiare, cambiare per conoscere (Watzlawick, Nardone, 1997).

In estrema sintesi il PSS è una metodologia volta a risolvere i problemi in azienda attraverso l’utilizzo di tecniche di chiara matrice psicoterapica, con domande circolari che sono volte a mettere via via sempre più a fuoco il fulcro nevralgico di ciò che non funziona e, una volta identificato il VERO problema, procedere per plausibili tentativi, volti ad alterare l’ordine fin lì precostituito delle procedure aziendali. Questa metodologia è estremamente efficace perché permette al sistema azienda di essere studiato da un osservatore esterno (il terapeuta) che avulso dalle dinamiche di potere interne al sistema e non accecato dalla routine quotidiana, può fornire alla committenza una visione vergine delle problematiche realmente esistenti nell’organizzazione.

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Due parole sulla Psicoterapia

La psicoterapia non può cancellare i problemi che, inevitabilmente, intralciano (e a volte arricchiscono) la vita di ognuno ma può essere uno strumento privilegiato per imparare un nuovo modo di vedere le cose (problemi compresi). Se qualcosa non ha soluzione non è un problema, è un dato di fatto e l’accettazione di quello che non possiamo modificare la si può imparare.

Tanti anni di esperienza all’ospedale di Prato, in reparti certo non facili per la gravità delle diagnosi (Nefrologia, Dialisi, Reumatologia e Oncologia), mi hanno insegnato che, indipendentemente da ciò che può capitare senza nessuna possibilità di controllo da parte dell’individuo, c’è un mondo di variabili e di possibili reazioni che può essere imparato.

La psicologia clinica cerca da una parte di raffinare la diagnosi e dall’altra di trovare strade percorribili per la guarigione.