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Coronavirus: cinque facili previsioni su ciò che succederà ed un auspicio

Quale sarà la reale portata degli effetti psicologici di quello che ci è successo in questi ultimi due mesi lo sapremo solo tra qualche tempo, quando potremo avere nuovi e più precisi dati statistici sui quali lavorare. Per adesso dunque ci muoviamo nel mare magno delle speculazioni, delle proiezioni, una sorta di exit poll della psicopatologia che sarà. Da parte mia voglio azzardare, non senza cognizione di causa, alcuni degli eventi che potremmo riscontrare nei prossimi mesi.

1. Non siamo migliorati (e non miglioreremo). Che sessanta giorni di isolamento non avrebbero giovato alle nostre caratteristiche caratteriali e psicologiche era chiaro fin dall’inizio. Chiunque ripetesse questo auspicio lo faceva o con intento naïf o con la volontà di mentire per addolcire la pillola di noi tutti reclusi. Pensare che da una catastrofe come quella che abbiamo vissuto sarebbe potuto nascere una umanità più illuminata non ha basi né storiche né psicologiche. Basti pensare che nel medioevo durante le epidemie di peste non erano rari gli episodi di cannibalismo e che, ancora oggi per punire i carcerati più indisciplinati si ricorre all’isolamento come al castigo più temuto. Quindi, al più (ma ne dubito) ne usciremo uguali a come ci siamo entrati, più facilmente invece torneremo alla libertà incattiviti dalle sofferenze e dalle paure patite.

2. Ci sarà un picco di divorzi. Questo è già successo a Wuhan e con molta probabilità accadrà anche da noi. Tenere sotto lo stesso tetto per un periodo così lungo due coniugi (o conviventi) non è una cosa che può in alcun modo giovare alla coppia stessa; vuoi per l’ovvio effetto “saturazione” vuoi perché, privati entrambe di qualunque possibile valvola di sfogo, siamo stati costretti a riversare in casa tutto quello che ci ha albergato nella mente. In più la sfera sessuale ha anch’essa, nella maggior parte dei casi, subito un duro contraccolpo, mancando l’attesa, la cura di sé prima dell’incontro, quel minimo di mistero e di pudore che deve sopravvivere in ogni rapporto di coppia (almeno se vogliamo che duri).

3. Duecentotrentatre decreti senza bambini. Ecco, i bambini sono la vera e più inquietante incognita di tutta questa situazione, dire che sono stati dimenticati dallo Stato è dire poco, di loro non hanno mai parlato, quello che hanno fatto è stato chiudere le scuole, privarli dell’istruzione e (soprattutto) della socialità e bon. Voglio ancora una volta ricordare che per i minori la socialità non è solo divertimento e chiacchiere, per i bambini la socialità è formazione e crescita, è confronto, paragone e acquisizione di mezzi e di strumenti nuovi. Abbiamo assistito in questi due mesi ad una eradicazione del concetto stesso di educazione, molti genitori dopo aver inventato tutto quello che potevano inventare si sono trovati costretti a gettare la spugna ed accendere la TV. Quello che posso prevedere è che molti di loro si troveranno a settembre con molti mesi da recuperare (molti di più di quelli effettivamente persi) sia a livello didattico che a livello sociale, ed ancora una volta, saranno le famiglie a doversi fare carico di tutto il quello che occorrerà per fare in modo che i loro figli tornino almeno a livello pre-Covid.

4. Aumenteranno i disturbi psicologici in genere. Anche questo lo sappiamo già sia guardando a quello che è già successo in Cina sia per la ricerca che l’Ordine Nazionale degli Psicologi ha commissionato e i cui primi risultati già confermano questa facile previsione. Eppure dei 55 miliardi che lo stato ha stanziato per il futuro rafforzamento della sanità in Italia non un singolo euro è stato stanziato per il sostegno e la cura psicologica. Quasi come se il corpo e la mente fossero due entità così distinte da poterne bellamente ignorare una.

5. Non ci sarà più nessuno ad elargire abbracci gratis. Tutto quello che sarà dovremmo conquistarlo di nuovo con le unghie e con i denti. Il cosiddetto “ritorno alla normalità” non sarà un processo passivo, non basterà aspettare ma dovremmo tutti impegnarci per combattere le paure ed i fantasmi che ormai sono entrati a far parte del nostro quotidiano. Sarà solo grazie ad un enorme sforzo individuale che torneremo ad avvertire e soprattutto vivere il senso di comunità che questo evento ha frantumato.

Ciò detto non voglio e non posso concludere senza un messaggio di speranza, la speranza che molti abbiano potuto far tesoro di tutta questa vicenda, avendo almeno dedicato un pensiero alla caducità della vita e all’impermanenza che tutto avvolge e tutto crea e distrugge. C’è (e c’è sempre stato) solo il presente. Le angosce del futuro, così come i rimpianti del passato, trasformano la nostra vita in un eterno sovrappensiero; aver toccato con mano la fragilità dell’esistere può essere stata una buona occasione per aprire gli occhi nel qui ed ora e finalmente vivere nella pienezza del momento.

 

(mio articolo tratto da www.targettopli.com)


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Cosa ci sta succedendo?

Una prima risposta a questa lecita domanda in tempo di quarantena ce la fornisce l’Ordine Nazionale degli Psicologi.

Il Consiglio nazionale dell’Ordine degli Psicologi ha infatti commissionato una ricerca che l’Istituto Piepoli ha completato in questi giorni. Dopo 6 settimane di lockdown, le conseguenze psicologiche sono evidenti: il 72% degli italiani soffre di crisi, le donne tra i 35 e i 55 anni sono le più colpite. I disturbi d’ansia sono in cima alla lista dei disturbi con il 42%, soprattutto si tratta di paura per la propria salute, per la sopravvivenza e per i propri cari. Secondo un’ampia meta-analisi prima del Covid, soffriva di ansia il 14% della popolazione in Europa. Attualmente, il 24% degli italiani intervistati lamenta disturbi del sonno, normalmente è il 7%.

La depressione, che in precedenza rappresentava il 6,9% ed era la seconda malattia più importante dopo i problemi cardiovascolari in Europa prima del Covid, è salita al 18% in Italia ed è diventata il disturbo più significativo oltre il Covid. Il 22% degli italiani lamenta molta irritabilità, il 14% descrive conflitti con partner e famiglia, il 10% disturbi alimentari. Solo il 28% è riconciliato con la vita in questa situazione di crisi.
 
Le circostanze che pesano di più sono la mancanza di contatti sociali per il 51%, il puro stress psicologico per il 31%, la mancanza di movimento all’aria aperta per il 27%, la mancanza di lavoro per il 20% e la convivenza forzata per il 9%.
Se ve ne fosse stato il bisogno, questo studio dimostra con tutta la forza dei numeri che stiamo vivendo un periodo estremamente impegnativo dal punto di vista psicologico, un momento storico dal quale inevitabilmente ne usciremo cambiati e, non necessariamente in meglio. In psicologia si usa infatti dire che nella vita non è quasi mai quello che ci succede a determinare un trauma, ma è quasi sempre come si è saputo reagire a quello che ci è successo a fare la differenza tra un trauma (e quindi una stagnazione o una regressione) ed una elaborazione (e quindi un’evoluzione). Il mio lavoro di psicoterapeuta non è quello di rassicurare le persone raccontando loro quello che si vogliono sentir dire (per quello ci sono i politici 🙂 il mio lavoro consiste nell’aiutare gli individui a guardare con occhi diversi quello che hanno d’intorno e quello che hanno dentro, così da poterli accompagnare in un nuovo mondo di pensieri ed emozioni, possibilmente più funzionale del precedente.
Non posso quindi (anche se vorrei) dire che “andrà tutto bene” perché davvero, non lo so se andrà tutto bene (qualunque cosa poi voglia dire). Posso però garantire che in ogni crisi c’è nascosta un’opportunità ed in ogni cambiamento c’è il germoglio di un potenziale miglioramento, a patto però di prendersi la briga di impegnarsi a cercarlo, di non cedere all’incanto dell’inedia e della autocommiserazione. Questi sono tempi bui, in cui solo chi troverà la forza di lavorare su sé potrà davvero uscirne migliore.
Auguro a tutti noi di trovare un motivo per combattere. Sempre.

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Depressione, Psicofarmaci e Psicoterapia

Da una recente ricerca dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sul tema della salute mentale emergerebbe un dato sconfortante ovvero che tra il 20 ed il 30% dei cittadini occidentali soffra di una qualche forma di depressione. Eppure accanto al diffondersi di questa patologia, negli ultimi cinquanta anni si è assistito anche ad un rapido diffondersi della prescrizione e dell’uso degli psicofarmaci; che oggi si presentano nella loro quadruplice forma: gli IMAO ovvero gli inibitori delle monoamino ossidasi (I-MAO, IMAO); I Triciclici (TCA); gli SSRI ovvero “Selective Serotonin Reuptake Inhibitors” e cioè gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina ed infine gli SNRI acronimo inglese che sta per “inibitori della ricaptazione della serotonina-norepinefrina”.

Ora, queste quattro molecole, negli ultimi 8 anni, hanno avuto una crescita nella sola Italia del 114,2% (dato Censis). La domanda a questo punto nasce spontanea, ed è: “come è possibile che nonostante la (presunta) cura si diffonda così rapidamente, e con così tanto vigore anche la malattia?”

In altre parole, se gli psicofarmaci avessero un reale effetto, non dovremmo assistere ad una diminuzione dei casi di depressione anziché ad il suo aumento? Questa questione non è banale, e altrettanto non banale è la risposta.

Il primo passo per rispondere al quesito è cominciare a “contestualizzare” la depressione e muoversi fino a vedere questa diffusa patologia non come una malattia qualsiasi, ma come il frutto di qualcosa che non va; come una modalità reattiva di non-adattamento ad un accadimento traumatico. Infatti, perché si manifesti un disturbo depressivo, non è sufficiente il solo trauma, ma deve essere presente anche la non possibilità di elaborarlo, attraverso le parole e le relazioni. E’ in sintesi necessario sia TRAUMA che il SILENZIO.

La depressione non è una malattia dalla quale si può uscire con le sole pillole. Gli antidepressivi dovrebbero infatti essere usati come coadiuvanti di un processo di guarigione; usati da soli non servono a molto. Ecco perché al diffondersi dell’uso di psicofarmaci, spesso prescritti con facilità dal medico di base, non si assiste ad una diminuzione della presenza dei casi di depressione. Semplicemente perché non si può curare un disturbo relazionale con il solo silenzio di un blister.


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Artrite Reumatoide e Psicoterapia

Suggerimenti Generali, tratti da un manuale sull’artrite reumatoide:

  1. Pianificare le attività giornaliere: NON FARE LE COSE DI FRETTA
  2. Limitare i compiti superflui
  3. Lavorare in condizioni ottimali (evitando rumore o scarsa illuminazione)

Poi:

  1. Come impugnare un bicchiere
  2. Come pettinarsi
  3. Come sbucciare la frutta

etc etc…

Insomma, sembra proprio che l’artrite reumatoide presupponga un nuovo modo di vivere, di stare al mondo e di rapportarsi con questo. E’ quindi evidente che non è soltanto una malattia che ha pesantissime ricadute sul versante fisico ma è una patologia cronica ed invalidante che necessita una ristrutturazione a 360° della vita della persona.

Molto spesso (quasi sempre) infatti la sensazione della perdita della efficacia personale si associa ad una perdita di ruolo sociale ed ad una svalutazione della propria persona, secondo una spirale che potremmo semplicisticamente riassumere in questi passaggi:

Malattia invalidante -> Ridotta capacità di fare -> Cambio forzato di ruolo in famiglia e al lavoro -> Percezione di fallimento e di inefficacia.

A questo punto si aprono due strade molto diverse tra loro.

Primo percorso: l’individuo si chiude in sé stesso, la sua famiglia non lo capisce, non lo supporta, egli fatica a chiedere, sentendosi sempre più inutile e “vecchio”. Ci sono a questo punto molte possibilità che si strutturi una psicopatologia come una Depressione Maggiore.

Secondo percorso: l’individuo prende atto della sua nuova condizione, riesce ad esternare e condividere le sue emozioni negative ed il suo vissuto di lutto (in fondo a morire è l’immagine del sé efficiente che fino a quel punto l’ha accompagnato), ridisegna la sua vita e si concentra più sulle sue risorse residue che su ciò che ha perso.

A volte questo è possibile farlo da soli, altre volte è necessario un aiuto. A questo proposito vorrei ricordare il celeberrimo studio sull’efficacia della psicoterapia per i pazienti reumatici svolto da un gruppo di ricerca inglese guidato da L.Sharpe, psicologa dell’Università di Sidney, in cui si è valutato l’effetto che l’aggiunta della psicoterapia ha sulla qualità di vita del paziente con artrite reuamtoide.

I risultati dello studio condotto hanno poi valutato l’andamento della malattia come disabilità (quindi non come psicopatologia o sofferenza psichica); i dati, sorprendenti per chi ha una visione strettamente organistica della malattia, dimostrano che il 52% del gruppo in solo trattamento farmacologico, dopo 18 mesi era peggiorato, a fronte del 13% del gruppo con in più la psicoterapia. In quest’ultimo, i “molto migliorati” sono stati addirittura il 30%, contro il 10% del gruppo che ha usato solo farmaci.

Lo studio citato può indicare una risorsa terapeutica importante, che, alla lunga, visti i guadagni in termini di disabilità, può dimostrarsi meno costosa del solo trattamento farmacologico, con l’avvertenza che l’aggiunta del trattamento psicoterapeutico è molto più efficace se instaurata precocemente.


PSS

Lo Psicologo in azienda

Il Problem Solving Strategico in azienda è una complessa forma di intervento psicoterapico che prende le mosse dalla psicoterapia cognitiva orientata in senso Strategico.

Le strategie non sono frutto di un improvviso atto di creatività, ma sono basate sull’applicazione di un sistematico e rigoroso metodo di ricerca, attraverso una precisa logica (non ordinaria) di intervento che fanno si che rigore ed inventiva si complementino e si alimentino a vicenda, poiché come sosteneva G. Bateson “Il rigore da solo è morte per asfissia la creativa da sola è pura follia”.

Tale logica si differenzia dalle logiche tradizionali (ordinarie) per la sua caratteristica di mettere a punto il modello di intervento sulla base degli obiettivi prefissati e delle specifiche caratteristiche del problema affrontato, piuttosto che sulla base di una teoria precostituita.

In altri termini, si rinuncia a seguire ciecamente una qualsiasi prospettiva rigida che fornisca, in maniera deterministica, indicazioni su come procedere o pretenda di dare una descrizione aprioristica ed esaustiva dei fenomeni che si stanno studiando e sui quali si vuole intervenire.

“L’imperativo metodologico” infatti è: sono le soluzioni che spiegano i problemi e non le spiegazioni che guidano alle soluzioni. Pertanto la tecnologia del cambiamento si evolve sulla base della sua efficacia e non sulla base di teorie da provare, si osserva quindi il passaggio da una metodologia ipotetico–deduttiva a una costitutivo–deduttiva, ovvero: invece di conoscere per cambiare, cambiare per conoscere (Watzlawick, Nardone, 1997).

In estrema sintesi il PSS è una metodologia volta a risolvere i problemi in azienda attraverso l’utilizzo di tecniche di chiara matrice psicoterapica, con domande circolari che sono volte a mettere via via sempre più a fuoco il fulcro nevralgico di ciò che non funziona e, una volta identificato il VERO problema, procedere per plausibili tentativi, volti ad alterare l’ordine fin lì precostituito delle procedure aziendali. Questa metodologia è estremamente efficace perché permette al sistema azienda di essere studiato da un osservatore esterno (il terapeuta) che avulso dalle dinamiche di potere interne al sistema e non accecato dalla routine quotidiana, può fornire alla committenza una visione vergine delle problematiche realmente esistenti nell’organizzazione.

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Due parole sulla Psicoterapia

La psicoterapia non può cancellare i problemi che, inevitabilmente, intralciano (e a volte arricchiscono) la vita di ognuno ma può essere uno strumento privilegiato per imparare un nuovo modo di vedere le cose (problemi compresi). Se qualcosa non ha soluzione non è un problema, è un dato di fatto e l’accettazione di quello che non possiamo modificare la si può imparare.

Tanti anni di esperienza all’ospedale di Prato, in reparti certo non facili per la gravità delle diagnosi (Nefrologia, Dialisi, Reumatologia e Oncologia), mi hanno insegnato che, indipendentemente da ciò che può capitare senza nessuna possibilità di controllo da parte dell’individuo, c’è un mondo di variabili e di possibili reazioni che può essere imparato.

La psicologia clinica cerca da una parte di raffinare la diagnosi e dall’altra di trovare strade percorribili per la guarigione.