Artrite Reumatoide e Psicoterapia

Suggerimenti Generali, tratti da un manuale sull’artrite reumatoide:

  1. Pianificare le attività giornaliere: NON FARE LE COSE DI FRETTA
  2. Limitare i compiti superflui
  3. Lavorare in condizioni ottimali (evitando rumore o scarsa illuminazione)

Poi:

  1. Come impugnare un bicchiere
  2. Come pettinarsi
  3. Come sbucciare la frutta

etc etc…

Insomma, sembra proprio che l’artrite reumatoide presupponga un nuovo modo di vivere, di stare al mondo e di rapportarsi con questo. E’ quindi evidente che non è soltanto una malattia che ha pesantissime ricadute sul versante fisico ma è una patologia cronica ed invalidante che necessita una ristrutturazione a 360° della vita della persona.

Molto spesso (quasi sempre) infatti la sensazione della perdita della efficacia personale si associa ad una perdita di ruolo sociale ed ad una svalutazione della propria persona, secondo una spirale che potremmo semplicisticamente riassumere in questi passaggi:

Malattia invalidante -> Ridotta capacità di fare -> Cambio forzato di ruolo in famiglia e al lavoro -> Percezione di fallimento e di inefficacia.

A questo punto si aprono due strade molto diverse tra loro.

Primo percorso: l’individuo si chiude in sé stesso, la sua famiglia non lo capisce, non lo supporta, egli fatica a chiedere, sentendosi sempre più inutile e “vecchio”. Ci sono a questo punto molte possibilità che si strutturi una psicopatologia come una Depressione Maggiore.

Secondo percorso: l’individuo prende atto della sua nuova condizione, riesce ad esternare e condividere le sue emozioni negative ed il suo vissuto di lutto (in fondo a morire è l’immagine del sé efficiente che fino a quel punto l’ha accompagnato), ridisegna la sua vita e si concentra più sulle sue risorse residue che su ciò che ha perso.

A volte questo è possibile farlo da soli, altre volte è necessario un aiuto. A questo proposito vorrei ricordare il celeberrimo studio sull’efficacia della psicoterapia per i pazienti reumatici svolto da un gruppo di ricerca inglese guidato da L.Sharpe, psicologa dell’Università di Sidney, in cui si è valutato l’effetto che l’aggiunta della psicoterapia ha sulla qualità di vita del paziente con artrite reuamtoide.

I risultati dello studio condotto hanno poi valutato l’andamento della malattia come disabilità (quindi non come psicopatologia o sofferenza psichica); i dati, sorprendenti per chi ha una visione strettamente organistica della malattia, dimostrano che il 52% del gruppo in solo trattamento farmacologico, dopo 18 mesi era peggiorato, a fronte del 13% del gruppo con in più la psicoterapia. In quest’ultimo, i “molto migliorati” sono stati addirittura il 30%, contro il 10% del gruppo che ha usato solo farmaci.

Lo studio citato può indicare una risorsa terapeutica importante, che, alla lunga, visti i guadagni in termini di disabilità, può dimostrarsi meno costosa del solo trattamento farmacologico, con l’avvertenza che l’aggiunta del trattamento psicoterapeutico è molto più efficace se instaurata precocemente.

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